Pir: cosa sono e quali sviluppi per le pmi

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Puntate sui Pir per far vincere l’Italia. È questo l’invito che sembra arrivare dal lancio dei Piani individuali di risparmio (Pir), il nuovo strumento presentato a inizio 2017 con la legge di Bilancio. Poche, ma chiare le regole del gioco: possibilità di una sola sottoscrizione per ciascun contribuente, 30 mila euro annui di investimento massimo per cinque anni – tetto quindi a 150 mila euro – e imposte sul capital  gain  (26,5% o 12,% per i titoli di Stato) azzerate per chi manterrà l’investimento per l’intero quinquennio. Il segreto è nel motore dei Pir: il 70% del patrimonio totale deve essere investito in strumenti finanziari emessi da società italiane. E, ancor più nello specifico, il 30% di questa parte – insomma, il 21% del totale investito – deve essere destinato ad aziende non inserite nel Ftse Mib (in più, nessun emittente potrà superare il 10%).
«Abbiamo lavorato negli ultimi anni per far accedere le nostre imprese al mercato dei capitali», spiega Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministero dell’Economia, che è stato tra i padri di questa innovazione. «Le nostre aziende hanno grandi capacità di prodotto e di mercato, fanno innovazione, riescono a penetrare in Paesi nuovi. Però hanno due debolezze: una è la governance, spesso ancora tradizionale o famigliare e perciò non sufficientemente moderna; l’altra è il capitale. Non hanno abbastanza risorse per fare adeguati investimenti, acquisizioni in Italia o all’estero». Ecco, dunque, da dove nasce l’esigenza di strumenti innovativi per convogliare gli investimenti dei cittadini verso il tessuto produttivo. «Il credito bancario, che continua a svolgere un ruolo fondamentale, non è sufficiente. La leva che abbiamo individuato per far crescere anche culturalmente le nostre imprese è stato l’accesso al mercato dei capitali», aggiunge Pagani. «In questi anni con un programma chiamato “Finanza per la crescita” abbiamo messo a disposizione tutta una serie di facilitazioni, di meccanismi per accedere non solo al mercato Aim, ma anche a private equity, fondi di credito, minibond, Ace. Il mercato dei capitali dà stimoli: pretende trasparenza nella governance e impone una disciplina che fa bene all’impresa. Mancava solo un anello, che era quello della liquidità. Questi strumenti nascono così con lo scopo filosofico di canalizzare i risparmi degli italiani verso il tessuto economico della Penisola». 

SOLDI E IDEE
Non è solo questione di soldi. Oltre alla liquidità, si punta a una crescita globale delle pmi, ancora troppo poco managerializzate. Un limite che si riscontra soprattutto in questa fase storica in cui i grandi capitani devono lasciare il passo ai figli, ma non trovano meccanismi virtuosi per la successione. «Crediamo molto in questo processo, di cui questo strumento è solo una parte. L’upgrading culturale della nostra impresa può dare risultati straordinari, basti guardare alle nostre multinazionali tascabili o a quelle che si sono rafforzate dopo la crisi», aggiunge il capo della segreteria tecnica del ministero dell’Economia. «Vogliamo che questo gruppo composto da centinaia di imprese, arrivi a contarne migliaia. Anche grazie ai Pir, le aziende che hanno grandi prodotti, ma non i capitali, potranno investire nel loro sviluppo e per fare il salto di qualità. Le Brembo, le Amplifon, le Technogym del futuro arriveranno da qui».
Le stime di raccolta dei Pir – «prudenziali», ci tengono a sottolineare dal ministero – parlano di 2 miliardi all’anno per cinque anni. Qualcosa come 10 miliardi di euro, a cui dovrebbero aggiungersene altri da fondi pensione e casse previdenziali. Un primo effetto già visibile, intanto, è la liquidità finora mai vista sul mercato Aim. «Le agevolazioni fiscali introdotte con i Pir stanno generando importanti flussi di liquidità sul mercato azionario italiano e in particolare sul comparto delle mid/small cap. Infatti, non è un caso che nell’ultimo mese il controvalore degli scambi giornalieri sulle azioni a medio/bassa capitalizzazione italiane sia salito a 300 milioni dai 150 milioni di euro del 2016», sottolinea Tommaso Corcos, amministratore delegato di Eurizon Capital Sgr del gruppo Intesa Sanpaolo. «Ci aspettiamo in cinque anni una raccolta del sistema di 16 miliardi: circa 10 miliardi dal mondo retail e 6 dagli istituzionali. Sulle piccole aziende non appartenenti al Ftse Mib potrebbero confluire circa 8 miliardi in strumenti obbligazionari e azionari. Le società di gestione, attraverso Assogestioni, hanno fortemente voluto l’introduzione di questo strumento in Italia per creare un link diretto tra risparmio ed economia reale.
Questi strumenti in Italia si rivolgeranno anche alla componente obbligazionaria, «riducendo così la dipendenza del tessuto industriale dal sistema bancario», aggiunge Corcos che è anche presidente dell’associazione di categoria. «I Pir traggono spunto dalle precedenti esperienze europee, ricalcandone le principali linee guida, in particolare presentano molte similitudini con i Plan d’épargne en actions francesi. D’altro canto, gli strumenti italiani hanno degli elementi distintivi: il principale è il vincolo esplicito a un investimento minimo in strumenti emessi da società non appartenenti agli indici a maggiore capitalizzazione, che dovrebbe rappresentare uno stimolo allo sviluppo della piccola/media impresa Italiana. E dalle prime settimane di raccolta si evince che i risparmiatori stanno dimostrando di apprezzare questa innovazione». 

PIR - PRO E CONTRO
UN INVESTIMENTO A LUNGO TERMINE

UNO STRUMENTO COMPLESSO E GIÀ TRADITO

PAURE DA SFATARE
Non mancano le critiche a una novità del genere. C’è chi sostiene, per esempio, che tali strumenti non siano adatti a ogni portafoglio, visto il livello di rischio. Ma le Sgr stanno rispondendo con l’offerta di prodotti a diverso livello di rischio. E con costi in linea con gli altri prodotti sul mercato, per sfatare i timori di chi sostiene che il guadagno ottenuto dall’aliquota fiscale venga assorbito da costi e commissioni. Un’altra delle obiezioni riguarda l’eccessiva esposizione sull’Italia, per chi ha magari già in tasca i titoli di Stato del nostro Paese. A questo proposito la restante parte del capitale – il 30% dell’investimento – può essere destinato a qualunque strumento, anche estero. Ma guai a sottovalutare il nostro Paese. Come ha dimostrato Assogestioni in un convegno a Milano proprio sui Pir a inizio 2017, confrontando le performance ottenute negli ultimi cinque anni da un portafoglio bilanciato esposto sull’Italia (con il 20% dei titoli dal Ftse Mib e il 20% del Ftse Mid Cap) con quelle di un portafoglio globale, si scopre che l’investimento tricolore avrebbe reso il 60% contro il 49% del più volatile concorrente. «Siamo certi che i Pir rappresentino una grande opportunità di investimento, ma siamo altrettanto sicuri che la pianificazione dei propri investimenti dev’essere effettuata dal risparmiatore in modo consapevole, preferibilmente con un consulente che lo supporti nell’individuazione della soluzione più adatta al profilo di rischio e agli obiettivi d’investimento», conclude il n.1 di Eurizon Capital Sgr che da inizio febbraio ha già raccolto 200 milioni di euro, anche grazie alla scelta di posizionarsi nella fascia bassa di costo rispetto ad altri prodotti con stesso livello di rischio (meno 20 punti base per le commissioni di gestione e 10% in meno come commissioni di performance).
Anche il mondo delle aziende guarda con interesse ai primi numeri. «I Pir stanno stupendo tutti per la capacità di attrarre il risparmio degli italiani», dice con soddisfazione Alberto Baban, presidente di VeNetWork e alla guida della Piccola industria di Confindustria dal 2013. «La raccolta ha già raggiunto un miliardo, dato che fa sognare di arrivare a quota 20 miliardi. Almeno un quinto di questa somma dovrà andarealle imprese non presenti nel listino Ftse MIB. Che vuol dire? Che le nostre aziende sono attraenti per gli investitori, anche retail. Occorrerà monitorare l’andamento del mercato per capire se le risorse verranno effettivamente investite nelle società di minore capitalizzazione, ma con potenzialità di crescita e progetti di sviluppo, quali quelle del mercato AIM Italia».
«Ora dobbiamo tutelarci dal rischio speculazione, ma ovviamente anche guardare oltre la raccolta diretta per pensare a quella indiretta. Si è acceso un interesse e dobbiamo cavalcarlo in tempi rapidi», aggiunge Baban. «Come? Servono forme innovative di approccio al mercato dei capitali. Una proposta può essere quella di individuare delle aziende innovative e internazionalizzate, pmi che sono ancora fuori dal mercato di capitali perché magari riescono ad avere accesso al credito a prezzi bassissimi in questo momento, ma che hanno le potenzialità per crescere e svilupparsi, anche sui mercati internazionali. Se non c’è un target, dobbiamo crearlo: per coinvolgere le pmi dobbiamo costruire dei contenitori, aperti ad aziende di settori diversi, che possano portare all’emissione di multibond o altri strumenti. Un’altra idea potrebbe essere quella di utilizzare meglio le Spac (Special Purpose Acquisition Company): l’ultima a quotarsi, Crescita, ha raccolto 130 milioni di euro. Non ci sono tante aziende in Italia che possano permettersi un flottante di tale portata».  

* Articolo pubblicato sul numero di maggio 2017 di Business People