Il nero che soffoca

Il nero che invade il mercato del lavoro italiano è composto da un esercito di 2,6 milioni di persone che lavorano, guadagnano, spendono e consumano, ma che non risultano nelle statistiche ufficiali, non pagano contributi previdenziali e i loro datori di lavoro non versano alcun contributo fiscale. Di fronte a questo numero (fornito dall’Istat) che ha dell’impressionante, la reazione più normale è quella secondo la quale «è meglio un lavoro in nero che nessun lavoro». Può essere vero, ma se si comparano i costi e i benefici del lavoro nero, sorge qualche dubbio sul fatto che la tolleranza sia l’atteggiamento migliore.
Innanzitutto perchè i lavoratori irregolari sono una realtà praticamente stabile, in Italia: ossia, si tratta di una piaga sociale (i lavoratori in nero non hanno alcun diritto soprattutto in caso di infortunio) che non si riesce a debellare. Venti anni fa (nel 1991), infatti, coloro che lavoravano in modo irregolare erano 3 milioni di persone. Significa che in 20 anni sono scesi di appena 400 mila unità. E, soprattutto, nel 2009, in percentuale, sono addirittura cresciuti: più 0,3% dal 10,2 del 2008 al 10,5%. È più che probabile che la crisi economica e la difficoltà delle imprese agevoli il ricorso al lavoro nero anche se, come si sa, la parte maggiore degli irregolari prestano servizi alla persona, cioè lavorano come colf o badanti.
Per capire le cifre in gioco, basti dire che se agli occupati “ufficiali” si aggiungessero anche quelli in nero, il totale delle persone che lavorano in Italia non sarebbe pari a 22,75 milioni (dato Istat del primo trimestre del 2010, in calo di 208 mila unità rispetto allo stesso trimestre del 2009), ma a 25,15 milioni. Per tasse, previdenza e anche concorrenza cambierebbe se non proprio tutto, certamente molto.
E questo è un problema non solo italiano. Anzi: come minimo europeo. La Commissione Ue, in una comunicazione del 1998, in una del 2004 e in un’altra del 2007, basandosi sui dati di uno studio di Eurobarometro, ha chiaramente detto che il problema del lavoro nero è un bubbone che abbraccia tutta l’Unione. Nel 2007 la stessa Commissione affermava che «il lavoro sommerso costituisce ancora oggi uno dei maggiori freni alla crescita e all’occupazione in Europa». Poi si lascia andare a delle ovvietà che tutti gli uomini d’impresa ben conoscono: «Tale fenomeno riduce gli introiti fiscali e minaccia il finanziamento della sicurezza sociale. A livello delle imprese, esso tende a falsare la concorrenza e limita la produttività, costituisce una causa di dumping sociale nella misura in cui si allontana dalle attività che rispettano le normative vigenti in materia di condizioni di lavoro, di diritti sociali dei lavoratori, nonché di retribuzioni e di sicurezza sociale». Però il fatto importante è che la Commissione abbia riconosciuto la gravità del fenomeno. Che purtroppo è praticamente impossibile sradicare. Perchè le azioni di contrasto proposte dalla Commissione europea nel 2007 (prima dello scoppio della Grande crisi, questo è importante sottolinearlo) consistevano nel ridurre i vantaggi finanziari del lavoro sommerso; semplificare le procedure amministrative; migliorare i meccanismi di sorveglianza; stimolare la cooperazione transnazionale; sensibilizzare ulteriormente l’opinione pubblica sui rischi del lavoro sommerso e sui vantaggi del sistema legale. Insomma, decisamente nulla di concreto.
L’unica azione in grado di dare un colpo probabilmente mortale al lavoro nero consiste nell’introduzione del salario minimo con un carico fiscale molto basso in modo da invogliare sia i datori di lavoro che i dipendenti che svolgono attività in nero a regolarizzare la loro posizione. Il problema è che, come ricordato più volte dal ministro Giulio Tremonti, non esistono gli spazi finanziari, almeno in Italia, per introdurre questo tipo di salario e, d’altra parte, occorre riconoscere che tutte le alternative che sono state varate (come, per esempio, l’introduzione dei voucher per i lavoratori a ore) sono fallite. Per il lavoro nero, insomma, ripassare dopo la crisi, visto che nemmeno le pesanti multe (per non parlare delle sanzioni di carattere penale a carico del datore di lavoro) sono riuscite in tanti anni a ridurre significativamente il fenomeno.A questo punto vale la pena cercare di dare una risposta alla domanda delle domande: quanto vale il lavoro nero. Qui le stime cominciano a divaricarsi. Per esempio: stando a uno studio della Cgia di Mestre (secondo la quale i lavoratori in nero sfiorano quota 3 milioni) il valore del prodotto generato da questi lavoratori è pari a 92,676 miliardi di euro. La Uil, a fine giugno, ha prodotto un’altra ricerca nella quale i lavoratori in nero vengono stimati a 3,7 milioni di unità (il 16,4% del totale degli occupati) i quali generano 154 miliardi di valore aggiunto. L’Eurispes, nel 2004, stimava i lavoratori in nero in addirittura 5,7 milioni, che genererebbero un valore aggiunto di oltre 550 miliardi. Stime così distanti tra loro possono lasciare perplessi, così la cosa migliore è guardare i numeri certi. Come, per esempio, quelli dell’Inps sui risultati della lotta all’evasione contributiva. Nei primi cinque mesi del 2010 l’Istituto di previdenza sociale aveva già recuperato 2,2 miliardi con un aumento di oltre il 20% rispetto allo stesso periodo del 2009 e circa il 10% in più del preventivo fissato per il periodo. Avanti di questo passo alla fine dell’anno l’Inps potrebbe superare il budget fissato in 6 miliardi di contributi evasi. Sempre nei primi cinque mesi dell’anno l’Inps ha individuato 29.700 lavoratori in nero, il 33 % in più rispetto alle attese. Ottimo. Solo che la lotta al lavoro nero non si fa solo con i controlli e, in questo periodo, sembra che non sia affatto in cima ai pensieri del legislatore.

TU CHIAMALI, SE VUOI, ABUSIVI
Numero di lavoratori irregolari in migliaia di unità
1991 3.866,3 2001 4.606,0
1992 3.843,3 2002 4.405,3
1993 3.796,9 2003 4,279,2
1994 3.838,7 2004 4.347,4
1995 3.872,5 2005 4.389,7
1996 4.026,1 2006 4.375,4
1997 4.095,3 2007 4.241,1
1998 4.251,3 2008 4.145,6
1999 4.195,9 2009 4.079,0
2000 4.325,4 Fonte: Istat