Il momento giusto per chiudere il cerchio
«Poco più di un anno fa ho accettato il mio lavoro attuale di cfo in una nuova azienda. È stato per me un passaggio importante che desideravo fare da tempo (nell’azienda precedente ero group controller). Il ruolo mi piace molto per sfide e contenuti, ma ho diversi problemi a relazionarmi con il mio nuovo capo, un expatriate arrivato pochi mesi dopo il mio ingresso che ha sostituito colui che mi aveva assunto. Benchè non possa certo considerare compiuto il mio
mandato attuale, sarei molto tentato di cercare una nuova opportunità all’esterno. A suo avviso si tratta della scelta migliore oppure è più opportuno cercare di resistere nella situazione attuale?»
Questo colloquio avuto pochi giorni fa mi offre l’occasione di affrontare un tema centrale e delicato nello sviluppare la propria carriera, oltre che ricorrente in molte conversazioni: quando porre fine a una determinata esperienza, sia in senso più circoscritto alla posizione ricoperta, sia in senso più ampio in relazione all’azienda.
Premesso che, come sempre quando si trattano temi di carattere generale, ovviamente ogni singola situazione va affrontata in modo specifico, credo sia possibile esprimere alcune linee di carattere generale. Il principio fondamentale è che ogni passaggio di carriera dovrebbe durare il tempo “giusto”; vale a dire quello necessario affinché chi è titolare di un determinato ruolo possa progressivamente maturare le capacità e competenze necessarie per ricoprirlo pienamente, esprimendo il valore ed ottenendo i risultati attesi dall’azienda, preparandosi altresì a evolvere verso ulteriori responsabilità (coerentemente con il proprio potenziale) e mantenendo altresì un giusto livello di motivazione e di stimoli. Questo ci porta a evidenziare due opposte considerazioni.
Da un lato, infatti, è indubbio che un’esperienza non dovrebbe essere interrotta troppo precocemente, al fine di non pregiudicare la completezza di un ciclo tanto in termini di apprendimento quanto della sua riconoscibilità esterna; questo è tanto più importante nei casi, come quello qui citato, in cui si va per la prima volta a ricoprire un ruolo diverso o di livello superiore, in cui è necessario un tempo adeguato affinché il mercato possa riconoscere la transizione come effettivamente compiuta. Dall’altro, specularmente, bisogna altresì evitare che un’esperienza rimanga invariata troppo a lungo, senza che intervengano fattori che la arricchiscano in modo signifi cativo. Questi possono essere interni alla posizione, quali per esempio responsabilità aggiuntive o progetti speciali, oppure esterni, come un’ipo o una fusione. Un’esperienza eccessivamente protratta, infatti, quasi inevitabilmente porta a perdere stimoli e reiterare nel tempo approcci, stile manageriale e decisioni strategiche. Il che, se da un lato può assicurare continuità, a lungo andare è penalizzante per l’azienda in quanto viene preclusa la possibilità di apportare nuove idee alla funzione e al team gestito (quando non genera addirittura una deriva interpretativa del proprio ruolo in stile assolutistico o al di sopra delle regole).
Ovviamente non è possibile dare una quantificazione temporale al tempo ideale di permanenza in una stessa posizione; questo dipende infatti da molti fattori tra cui, in primis, la cultura dell’azienda.
Possiamo però in linea generale osservare come nei primi anni di carriera un’esperienza non dovrebbe durare più di un paio d’anni, mentre i tempi si dilatano man mano che si evolve verso ruoli di maggiore responsabilità all’interno di un comitato esecutivo o alla guida di un’azienda. Credo inoltre che un criterio universalmente valido sia rappresentato dal permanere in una certa posizione fino a quando siano presenti significative dinamiche di apprendimento, di qualsiasi tipo esse siano. Questo a mio avviso deve (nei limiti del possibile), prevalere rispetto a elementi di difficoltà come quelli del caso citato, ma anche rispetto alla tentazione di dilatare troppo a lungo una situazione in cui ci si è ritagliati una comfort zone di grande soddisfazione ma priva di reale utilità per il proprio sviluppo.
