Ogni giorno, tornando a casa dal lavoro, mi trovo a passare davanti a un piccolo negozio di oggettistica: non vende solo materiale elettrico, ma anche ninnoli, tazze, ciotole, pinze, custodie per telecomandi… In vetrina, a dire il vero agée e illuminata alla meglio, c’è un po’ di tutto, compreso un cartello, verosimilmente ritagliato da una confezione di un prodotto qualsiasi, su cui è stato riportato con una penna biro e a caratteri incerti un s.o.s. dal mondo che fu: «Non abbandonate i piccoli negozi». Sono anni che è lì. Spesso mi fa sentire un po’ in colpa a pensare al pacchetto di Amazon che mi attende a casa, perfettamente imballato e recapitato in un battibaleno. Effetto che svanisce velocemente quando, mettendo a fuoco lo sguardo, leggo che la stessa caffettiera, che in un qualsiasi centro commerciale acquisterei per 10 euro, ha un cartellino di 22.

"

LE AZIENDE CONTINUERANNO
A PRODURRE COME SE NIENTE
FOSSE O DOVRANNO TENERE
IN CONSIDERAZIONE L'EFFETTO
DEI LORO PRODOTTI VISTI
SU DESKTOP E SMARTPHONE?

"

Ovviamente conosco quali sono le ragioni, ragionevoli, di quei 12 euro in più, ma non c’è ragione – mi dico – perché io debba pagarli. Quindi, verrebbe da entrare per dire al rispettabile signore che sta dietro al bancone, che non si possono fare delle battaglie di retroguardia a favore di intere categorie professionali, sopravanzate dalla tecnologia: i negozianti, i tassisti, i benzinai, i bancari, gli stessi giornalisti. Sarebbe antistorico: è così, e basta. Così come non voglio definire un progresso la continua fase di superamento del contingente, perché dubito che la tecnologia sia sempre e solo evolutiva, un andare in avanti. Capita piuttosto che essa inneschi un processo involutivo, senza che ce ne rendiamo conto, anzi scambiandolo – nella nostra meccanicità contemporanea – addirittura in uno sviluppo. Ma tant’è. Leggevo in questi giorni della grave crisi del retail… Che poi mi chiedo perché definirla tale quando è in atto piuttosto un processo di cambiamento profondo, che sta portando a una nuova dimensione del commercio, dove tutto non sarà più come prima, mentre il concetto di crisi presuppone che dopo la fase di sbandamento si rientri sui binari precedenti…

Dicevamo del retail e della crisi occupazionale che l’accompagna, per il quale l’imputato principale è sì la crisi dei consumi, ma in combutta con l’ecommerce, nella fattispecie impersonato da quel killer spietato che è la succitata Amazon. Pertanto, viene da chiedersi, ponendosi un quesito che per intere categorie assurge alla dimensione amletica, come sarà il consumatore medio fra 20 o 30 anni, o magari prima? È vero che spenderà, come si dice, gran parte di suoi soldi online? E come farà a decidere se acquistare questo o quel prodotto se non potrà sentirne l’odore o la consistenza? Se non potrà sperimentare la trama di un nuovo tessuto, la sua morbidezza, apprezzarne i colori alla luce del sole, come si risolverà ad acquistarlo o meno? E le aziende? Che faranno le aziende? Dovranno continuare a produrre come se niente fosse, o dovranno tenere in considerazione l’effetto che fanno i loro prodotti visti sul desktop di un computer o su uno smartphone? Dovendo scegliere quale mandare in produzione tra un ottimo prodotto, meno d’impatto online, e uno scadente ma più web oriented, su quale punteranno? Immagino che ognuno risponderà a suo modo e misura, ma sorge il sospetto che tra qualche anno potrebbe essere il nostro modo di vedere il mondo attraverso il web a influenzare come dovrà essere il mondo stesso. E la cosa, non so perché, non mi arride.

Le opinioni

Nella musica il discanto è un tipo di polifonia praticato tra la fine dell’11° e il 14° sec., caratterizzato dal moto contrario o obliquo tra le voci e dalla costante collocazione della voce aggiunta, non più al disotto, bensì al disopra del canto dato. Il termine indica anche la parte superiore (voce o strumento) di un complesso polifonico.

 

Per Business People Discanto è l’appuntamento mensile con il direttore editoriale della rivista e direttore di Tivù, Linda Parrinello