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50 sfumature d’impresa

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Venerdì, 03 Aprile 2015

Sopravvivranno solo i migliori. Che si creda o meno al principio secondo il quale le leggi del mercato così come quelle della natura selezionino le aziende con più capacità, quasi che l’adattabilità alle contingenze sia da considerare un valore assoluto e non relativo, una domanda bisogna porsela. Siamo certi che la moria di società registrata negli ultimi sei anni abbia portato alla sopravvivenza delle imprese più competenti? O non siamo piuttosto davanti a una generazione di attività economiche che possono considerarsi a pieno titolo e diritto delle superstiti? Quanto è da attribuire alla loro capacità di reazione e quanto alla cieca fortuna?

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Certe sconfitte valgono più delle vittorie
perché oltre a insegnarti a non ricadere
negli stessi errori, ti ridanno la carica
e la voglia di vincere la prossima volta

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Probabilmente persistono varie componenti, in proporzioni differenti a seconda della storia delle singole attività, del know how accumulato nonché dei settori in cui operano oltre che delle capacità del management che le ha gestite. Verrebbe da dire, se non fosse un refrain ormai trito e ritrito, che l’identità di ogni impresa non è in bianco e nero, ma ha 50 (e passa) sfumature di grigio… E, infatti, si potrebbero elencare 50 e più ragioni per cercare di spiegare perché un’azienda ce l’ha fatta e un’altra molto simile ha dovuto chiudere i battenti. Perché un imprenditore che ha investito fino agli ultimi risparmi nella sua impresa alla fine si è dovuto arrendere, o un manager si è visto sciogliere come neve al sole il business plan che pensava infallibile.

Tutto ciò per dire che sarebbe sbagliato archiviare negli spazi più reconditi della nostra dimenticanza collettiva il patrimonio di esperienze umane e professionali che sono andate smarrite in questi anni di buio totale dell’economia, e per ricordare a chi vede la vita in versione optical che chi è fallito o ha perso il lavoro è solo arrivato a uno step, non al capolinea. Di ciò dovrebbero convincersi tutti gli appassionati retori della disoccupazione giovanile che, cavalcando a senso unico il dramma di chi non riesce a trovare neanche uno straccio di primo impiego, nasconde sotto il tappeto le problematiche di chi un lavoro e un’azienda prima ce l’aveva e poi – suo malgrado – li ha persi. Lo scorso novembre, Business People ha dedicato una copertina a Richard Branson , titolandola Fallire è stata la mia fortuna , in cui il fondatore del Gruppo Virgin raccontava come, nella vita di chiunque, se imprenditore in primis, certe sconfitte valgano a volte più delle vittorie, perché oltre a insegnarti a non ricadere negli stessi errori, ti ridanno la carica e la voglia di vincere la prossima volta. Se tanto mi dà tanto, allora con 85 mila aziende chiuse e 1 milione di posti di lavoro andati persi dal 2008, l’Italia ha in sé un enorme serbatoio di pura energia umana da riutilizzare. Non sprechiamola ora che la ripresa da chimera si è trasformata in una quasi promessa.

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