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Diventeremo schiavi dei signori del software?

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Lunedì, 27 Gennaio 2014

Professionisti ricchi, sempre più ricchi, e lavoratori con paghe modeste, sempre più modeste. Un ceto medio in via d’estinzione. Una tecnologia digitale che miete l’occupazione nei settori che innova senza crearne altrettanta. È quanto ci prospetta il futuro. Neanche tanto lontano. Stiamo assistendo alla più mastodontica mutazione genetica del mercato del lavoro quasi senza accorgercene, e senza porci delle domande. Eppure sarebbe fondamentale interrogarsi in tal senso, visto che la parola lavoro racchiude in sé un enorme crogiuolo di implicazioni culturali, sociali, economiche ed etiche. Sia quando c’è che quando, come attualmente, scarseggia.
A voler interpretare quanto è ormai più di una tendenza, si scorge come col crescere della produttività consentita dalla tecnologia, gli stipendi dei top manager, piuttosto che dei fuoriclasse, saliranno a dismisura, mentre i lavoratori mediamente bravi saranno costretti a lavorare molto di più per guadagnare quanto prima, vista anche la concorrenza della globalizzazione produttiva dei Paesi in via di sviluppo.
Questo significa che entro il prossimo decennio ai semplici laureati potrebbe non bastare avere un buon livello di istruzione, perché saranno le macchine a fornire oltre al lavoro manuale diversi servizi qualificati oggi ben pagati (dalla consulenza contabile e legale alla prenotazione viaggi fino alle diagnosi mediche). A diventare ricchi e sempre più potenti saranno quindi i softwaristi, ovvero quelli che diranno alle macchine cosa fare, e i padroni dei big data, cioè i signori delle informazioni raccolte online e messe a disposizione gratuitamente dagli internauti.

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Se non ci sveglieremo dal nostro letargo, la crisi che stiamo attraversando sarà solo una fase di passaggio, dal male al peggio

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Visto così, il futuro sarà sempre più Silicon Valley centrico, con ampie macchie di potere in Estremo Oriente, per il resto sarà tutto (o quasi) terreno di conquista. Un guaio per l’Italia, agli ultimi posti nel ranking mondiale dell’innovazione tecnologica, ma messa abbastanza bene in fatto di moda, agroalimentare e design. Non potendo quindi competere ad armi pari sui massimi sistemi, non resta che spostare l’area del confronto su un terreno a noi più congeniale, facendo di questi settori la punta di diamante dell’intervento politico in materia di lavoro, istruzione e formazione. Non sto ovviamente proponendo di chiudere le facoltà di informatica e di penalizzare le aziende digitali, bensì di approntare un impianto legislativo che valorizzi e supporti questi settori perché sono quelli su cui possiamo giocarci le chance migliori, massimizzando il know how fino a oggi raccolto. Un know how che è sì artigianale, patrimonio di piccole e medie imprese, quando non di grandi griffe internazionali, ma essenzialmente manuale e valorizzato (ma per quanto ancora?) da quell’aura di Made in Italy che vuol dire insieme qualità e tradizione. Il quale va certamente integrato con i più avanzati sistemi tecnologici e con le più sofisticate tecniche di marketing globale. Anche in certi comparti della meccanica e della componentistica siamo i più bravi al mondo, eppure non riusciamo a fare delle nostre eccellenze un sistema, perché il Paese non ha saputo darsi un piano industriale capace di valorizzare le sue innate qualità.
Se non ci sveglieremo dal letargo, questa crisi sarà solo una fase di passaggio, dal male al peggio, perché c’è il rischio che i nostri figli e i nostri nipoti – per quanto laureati e intelligenti – si trasformino nei fattorini, nei camerieri o negli autisti dei figli o dei nipoti di Bill Gates e Mark Zuckerberg. È questo che vogliamo per il loro futuro e per il Paese?

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