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E se si cominciasse dalle aziende?

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Lunedì, 04 Aprile 2016

Mi rivolgo ai gentili imprenditori e ai signori manager che avranno la bontà di leggerci fino in fondo: che ne direste se gli insegnanti delle vostre figlie a scuola assegnassero deliberatamente ai loro compiti, interrogazioni, esami, tesi e tesine che dir si voglia, dal 7 al 30% di voto in meno rispetto ai loro compagni di classe maschi dello stesso livello? La riterreste un’ingiustizia? Un’indebita manifestazione di sessismo oscurantista? Spero (almeno mi auguro) denuncereste tale comportamento a chi di dovere… Ma allora perché permettete che la stessa cosa si perpetui all’interno della vostra azienda, nei confronti di più dipendenti donne a vari livelli, senza che da parte vostra si alzi non dico una voce, ma un sopracciglio?

Possibile che la retorica sulle quote rosa nei consigli di amministrazione, che a volte, se non spesso, si riducono a cooptazioni più di facciata che di sostanza, esaurisca la vostra aspettativa di equità e correttezza nei confronti di una categoria di lavoratori (pardon, lavoratrici…) che continuano a pagare il conto di una fraintesa cultura di genere che non riesce a perdere né il pelo né tanto meno il vizio?

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Ogni “stramaledetto” 8 marzo

si continua a parlare delle solite

questioni e di quanto

sia stato fatto o non fatto

in materia di parità di genere.

E poi…

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Certo, va detto che non tutte le aziende, così come non tutti gli imprenditori e i manager, sono uguali, perché molta strada è stata fatta su questo fronte, ma evidentemente la meta è ancora lontana. E non è di consolazione il fatto che anche nella dorata Hollywood le top star al femminile guadagnino un buon 22% in meno rispetto ai loro colleghi maschi, avendo per di più meno chance di ingaggio e soprattutto meno bonus. Certo, non staremo a strapparci i capelli se, come ha avuto modo di denunciare recentemente Cosmopolitan , Jennifer Lawrence e Charlize Theron ottengono mediamente 78 centesimi rispetto al dollaro che va in tasca a Bradley Cooper o Tom Cruise per un film sbanca botteghini, tuttavia la sostanza rimane la stessa. Non staremo qui a ripetere come le donne vadano meglio a scuola, si laureino prima e con voti più alti e in numero maggiore, e che le donne veramente brave e motivate – se debitamente aiutate e sostenute (soprattutto in casa, ma anche fuori) – diventino più produttive nel loro lavoro con la maternità, ma la questione è che una simile disparità non è più tollerabile.

Eppure non mi sembra che i sindacati stiano facendo le barricate su un tema così profondamente culturale, quasi ancestrale. Forse perché il numero della forza lavoro femminile è inferiore a quella maschile? Forse perché, con buona pace delle signore Camusso e Furlan, le gerarchie sindacali sono composte essenzialmente da uomini? Non è dato sapere. Si sa solo che ogni “stramaledetto” 8 marzo si continua a fare un gran parlare delle solite questioni e di quanto sia stato fatto o non fatto in materia di integrazione e di parità di genere, i giornali e la Rete alzano lamentazioni al cielo e immancabilmente si tiene un altisonante convegno con il patrocinio della presidenza della Repubblica. E poi? E poi non succede nulla o quasi. Pochissimo nelle famiglie, men che meno nei posti di lavoro. Eppure… Eppure Winston Churchill sosteneva che ogni azienda è «un robusto cavallo che traina un carro molto pesante». E se tutte insieme cominciassero, ciascuna nel suo piccolo o nel suo grande, ad assumersi anche un po’ del peso di un cambiamento che, oltre che doveroso, appare più che mai necessario? Perché demandare alla politica e agli altri quello che voi potete fare – meglio – oggi?

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