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I burocrati uccidono ogni speranza

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Martedì, 05 Maggio 2015

Alzi la mano chi non ha nutrito speranze che un giorno, possibilmente vicino, avremmo potuto avere un Paese che sa tagliare gli sprechi e risparmiare il giusto. Al pari di una normale famiglia in cui si supera il budget a disposizione solo per le cose importanti, mentre per le spese correnti si tiene a bada il portafogli in modo da avere risorse adeguate in occasione delle immancabili emergenze. Una famiglia in cui un membro non si approfitta dell’altro, ma ognuno fa del proprio meglio per non gravare senza che ce ne sia un reale bisogno. Qualcuno dirà che uno Stato è ben più di una famiglia, che ha una complessità di poteri e competenze tali da non renderlo paragonabile a un nucleo di poche unità di persone. Eppure – senza fare della facile sociologia – si può senz’altro affermare che un Paese è la somma delle comunità che lo abita, in ognuna delle quali la logica del “buon padre di famiglia”, alla quale si rifà appunto lo spirito di molte nostre leggi, può essere applicata. Tutto ciò per arrivare a dire che in molti avevamo affidato le nostre speranze di cittadini che pagano le tasse, ma si vedono perennemente gabbati dai politici che spendono e spandono denaro pubblico prima per il proprio tornaconto e poi per amici e conoscenti, ai tagli che il fu commissario Carlo Cottarelli avrebbe dovuto praticare ai bilanci di ministeri ed enti statali. Le cronache ci dicono che abbiamo sperato invano, perché la sua spending review si è risolta in un nulla di fatto, in parte delegittimata dallo stesso premier. Che dopo appena un anno di lavoro ha pensato bene di fare a meno dell’aiuto del nostro rispedendolo di fatto al Fondo monetario internazionale.

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I maggiori oppositori
all’attività di Cottarelli
sono stati i capi
di gabinetto del governo
e i capi degli uffici legislativi

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I resoconti ufficiali, pubblicati nelle ultime settimane sul Web dal governo, a un anno esatto dalla consegna da parte dei venti gruppi di lavoro che collaboravano col commissario, hanno risolto la questione in una relazione riassuntiva lacunosa e parziale. Il lavoro non è stato completato. Probabilmente perché in corso d’opera ci si è resi conto che ciò che il punto di vista tecnico suggerisce in un quadro di sviluppo lineare, quasi meccanico, spesso ha poco a che vedere con la visione politica che un amministratore, un governante, può avere per il Paese che gli è stato affidato. Ammesso e non concesso che tale visione esista… Eppure, la documentazione prodotta ci indica probabilmente che un’azione sarebbe possibile, ma che la sua applicazione è allo stato dei fatti improbabile.

Le ragioni di questa catastrofica convinzione si riassumono nelle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Cottarelli al Corriere della Sera alla vigilia del suo rientro al Fmi, quando sosteneva che i maggiori oppositori alla sua attività sono stati i capi di gabinetto del governo e i capi degli uffici legislativi: «Si conoscono tutti tra loro, parlano tutti lo stesso linguaggio. Hanno in mano tutto e scrivono leggi lunghissime, difficilmente leggibili. Costituiscono un gruppo omogeneo, in cui è difficile entrare, con cui è difficile interagire. Spesso molti documenti non mi venivano dati. Non per cattiva intenzione, ma perché non facevo parte della struttura. Dopo una, due, tre settimane venivo a sapere le cose. Questa è stata un’enorme difficoltà». Ecco una plastica dimostrazione, un fulgido esempio di come noi, tutti noi, compresi i politici, siamo in mano alla casta dei burocrati di Stato, ai mandarini delle leggi e delle disposizioni. Già, perché i ministri passano ma i burocrati restano, accrescendo i personali giri di potere e di influenze, il proprio sistema di clientele. Una casta a cui conviene che tutto rimanga immobile per continuare a tramare e la cui arroganza è cresciuta negli anni con la calata nei palazzi romani di una classe politica sempre più improvvisata, impreparata a tutto tranne che al proprio tornaconto.

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