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Italians do it better

Torna a Discanto
Martedì, 06 Gennaio 2015

Così recitava lo slogan di una celeberrima t-shirt che la pop star Madonna indossava nel video della sua nota hit Papa don’t preach dell’86, facendo riferimento non – come tanti malpensanti hanno continuato a sostenere per decenni – alle doti amatorie del maschio tricolore, bensì (a detta della diretta interessata) alla capacità del popolo italico di fare… il miglior tiramisù al mondo.

Ma i tempi cambiano e le situazioni mutano, e oggi quell’affermazione – “Gli italiani lo fanno meglio” – può essere traslata e reinterpretata, portandola di peso sul piano della managerialità internazionale. Ebbene sì, perché – a quanto pare – oltre a far sposare al meglio mascarpone e savoiardi, uova, zucchero e caffè, quello che gli italiani sanno fare bene è gestire le aziende. Seppur quelle d’oltreconfine. Forse perché nemo propheta in patria , o piuttosto perché visti da fuori in certi casi siamo migliori di quanto non pensiamo di essere.

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Visti da fuori,
in certi casi siamo migliori
di quanto pensiamo di essere

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A dimostrarlo è un recente studio di Kpmg, in cui si segnala come ai vertici di dieci tra le prime 52 grandi multinazionali straniere si trovino manager tricolori. Alcuni nomi: Lamberto Andreotti, Ceo Bristol-Myers Squibb; Vittorio Colao, Ceo Vodafone; Carlo D’Asaro, vicepresidente e responsabile Emea Google Inc; Gianfranco Lanci, Executive Vice President e Coo Lenovo; Luca Maestri, Cfo Apple Inc; Belloni Antonio, direttore generale Lvmh; Marco Bizzarri, Ceo Kering “Luxury – Couture & Leather Goods”; Ferdinand Beccalli-Falco, presidente e Ceo GE Europe, Ceo GE Germany; Diego Piacentini, Vice President Amazon. E potremmo continuare a oltranza, perché dalla Penisola arrivano anche alcune leve di comando di Logitech, Estée Lauder, Haworth, Baccarat, Revlon, Gensigna, Discovery, Axa Investment e altri ancora.

Che dire? C’è di che essere soddisfatti, e lo si sarebbe di più se tutto questo talento, questa “fuga di cervelli”, avesse occasione e agio di tornare prima o poi in patria per innescare quella spinta propulsiva che manca a certa politica arroccata sull’idea dell’Italia che fu e non dell’Italia che c’è, e che si misura all’interno di un universo internazionale ormai stravolto. E in ciò anche la scelta di Andrea Guerra, ex a.d. di Luxottica, di ritagliarsi un ruolo come consigliere politico del premier Renzi, se dovesse avere gli esiti sperati, potrebbe indicare la strada agli altri. Ma questo dato dovrebbe far riflettere anche e soprattutto quegli imprenditori nostrani che rimangono ancorati a una visione personalistica e familistica delle proprie aziende, perché scegliendo di non affidarne le sorti a un management in grado di farle crescere e sviluppare, hanno di fatto condannato al nanismo il loro business nonché l’intero sistema industriale nazionale.

Esiste ancora una nutrita schiera di (ancora) sconosciuti Guerra, Colao, Piacentini, D’Asaro che si sono formati nelle stesse scuole e che attendono di potersi misurare sui mercati. Agli imprenditori rimane l’arduo compito di scegliere i migliori, e di dare loro spazi e strumenti per farli scendere in campo e portare a casa il risultato.

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