BusinessPeople

Meglio la gallina domani

Torna a Discanto
Lunedì, 07 Marzo 2016

Ci sono concetti e parole che a seconda da chi vengono espressi assumono peso e valenza differenti. Così, se capitano sotto gli occhi stralci di una lettera in cui si sostiene che consigli di amministrazione e manager devono smetterla di guardare al breve periodo, ma occuparsi piuttosto di «come l’azienda sta navigando nel panorama della concorrenza, come innova, come si sta adattando alle sfide della rivoluzione tecnologica o agli eventi geopolitici, dove sta investendo e sviluppando i suoi talenti», viene in mente di dire che siamo di fronte a semplici regole di sano buonsenso. Che assumono, però, un significato più rilevante se a sottoscriverle è Larry Fink, presidente e a.d. di BlackRock, gruppo statunitense che gestisce attivi per 4.600 miliardi di dollari in tutto il mondo.

Insomma, “il” pezzo da 90 dei mercati globali, che in Italia detiene azioni di Ubi, Bpm, Banco Popolare, Unicredit e Atlantia, tanto per citarne alcune. Nella missiva, inviata a tutti i Ceo di società di cui BlackRock è azionista, Fink sottolinea che è ora di finirla con l’isteria degli utili trimestrali che spinge le aziende a riacquistare le proprie azioni in modo da farne salire artificialmente il prezzo al fine di soddisfare la famelica sete di dividendi degli azionisti, in quanto «ciò di cui hanno bisogno gli investitori è una prospettiva sul futuro».

"

Bisogna smetterla con gli investimenti

speculativi che non creano valore.

Urge puntare su progetti di ampio respiro

"

Questo per dire che bisogna smetterla con gli investimenti speculativi che non creano valore, ma che urge puntare su progetti di ampio respiro. Insomma, Fink risolve a suo modo e dall’alto delle sue 135 squadre di investitori sparse nel mondo un annoso quesito, invitando i manager a optare per la polposa gallina anziché puntare sul rinunciatario uovo. Assunto che conduce a più di una riflessione se associato ai recenti dati del Trade Performance Index, in base ai quali risulta che l’Italia è il Paese più competitivo al mondo in tre settori produttivi sui 14 più rilevanti nell’interscambio internazionale, mentre in cinque è al secondo posto. Meglio di noi fa solo la Germania. Mentre guadagna posizioni in altri. Il tutto grazie al fatto che nel 2014 abbiamo investito in R&S l’1,29% del pil, una quota di gran lunga inferiore a quelle delle economie del Nord, ma che è quadruplicata negli ultimi dieci anni.

Applicata a questo quadro d’insieme, verrebbe da osservare che la ricetta Fink suggerisce di continuare a puntare sui settori in cui siamo bravi in modo tale che possano fare da traino al resto, di non accontentarsi dei risultati immediati che non garantiscono riscontri futuri ancora più promettenti. Fink dice alle aziende, e quindi ai Paesi di cui esse costituiscono la colonna economica portante, che è ora di porre un freno all’economia fast e di mettersi a covare ciascuno il proprio uovo, ovvero il propri talento e know how. Certo, ci vorrà tempo, ma sarà sicuramente ben speso.

POST PRECEDENTE
POST SUCCESSIVO
LE OPINIONI
PEOPLE MOVING
LA RIVISTA
Anno XII n 10 ottobre 2017
Copyright © 2017 - DUESSE COMMUNICATION S.r.l. - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy - Credits: Macro Web Media