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Non si vive di sole Pmi

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Venerdì, 11 Aprile 2014

Tra il 2007 e il 2010 si è registrato un incremento del 7,6% della presenza di imprese estere in Austria, del 4,6% nel periodo 2009-2012 in Irlanda, del 15% nel periodo 2010-2013 in Gran Bretagna, del 34% nel periodo 2008-2011 in Olanda, del 22,5% nel periodo 2009-2012 in Svizzera (fonte: Il Sole 24 ore ). Ormai si tratta di un fenomeno continentale che si traduce nell’assunto che in Europa esistono “territori di coltura” in cui le multinazionali possono crescere e prosperare meglio che in altri. Il “brodo di coltura” è sostanzialmente lo stesso in quasi tutti questi territori, dove si alternano una tassazione al ribasso piuttosto che norme certe e di semplice applicabilità, non mancano una Borsa autorevole, servizi e logistica all’avanguardia, incentivi per l’innovazione, fondi per l’avvio di insediamenti produttivi, prezzi dell’energia favorevoli e – dulcis in fundo – una maggiore flessibilità del mercato del lavoro. Tutti elementi che supportano e valorizzano aziende che sostanzialmente hanno nel loro Dna la fornitura di servizi, magari connessi al settore manifatturiero piuttosto che informatici, e sono caratterizzate da forti investimenti in ricerca & sviluppo, da economie di scala e da un’elevata predisposizione al rischio. E l’Italia? Diciamocela tutta, il nostro Paese sconta un’impostazione ideologica vetero-marxista che ha guardato con sospetto le attività delle multinazionali in quanto portatrici di sfruttamento incondizionato, imperialismo culturale, competizione scorretta e – alle estreme conseguenze – colpevoli del trasferimento in mani straniere di settori strategici.
La situazione è tale per cui oggi siamo in grave deficit rispetto a una cultura industriale in grado di promuovere un’elevata produttività, formare capitale umano (dai tecnici ai manager), ed essere fonte di importanti investimenti sul territorio nei campi della ricerca tecnologica più avanzata. Il che è come dire che certamente le piccole e medie imprese devono continuare a essere sostenute e favorite nelle loro attività economiche e produttive, ma è anche vero che nel nostro Paese si deve cancellare quel luogo comune – per lo più in ambito sindacale – che fa spesso coincidere il concetto di multinazionale con quello di azienda “straniera”, e – in quanto non italiana – meno degna di attenzioni da parte del legislatore, nazionale come locale. Eppure, quando per esempio si rinfaccia a Sky di non essere italiana, avendo il nucleo centrale negli Usa, vien da dire che tuttavia lo sono gli oltre 4 mila dipendenti della piattaforma, tanto quanto quelli dell’indotto che vi gravita intorno. Mentre non sono italiani certi azionisti di Mediaset che beneficiano (almeno in passato) dei robusti dividendi della società. Lo stesso vale per altre multinazionali, vedi Zara e McDonald’s, Ikea e Ibm, Carrefour e Nestlé, e l’elenco potrebbe continuare.

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Nell’era dell’internazionalizzazione e della globalizzazione non si può rinunciare al patrimonio industriale delle multinazionali

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Si può condividere l’opinione di chi sostiene che bisognerebbe concentrare le risorse pubbliche e private nei settori in cui siamo competitivi per diventarlo ancora di più, lasciando che resti fuori dai nostri confini chi non se la sente di venire piuttosto che lasciando andare via chi trova altrove condizioni più favorevoli, ma è anche vero che il patrimonio industriale delle multinazionali è irrinunciabile nell’era dell’internazionalizzazione e della globalizzazione. Sarebbe come chiudersi in una gabbia di cristallo. Ecco perché, volenti o nolenti, il sistema Italia deve ricominciare a fare i conti con la cultura aziendale propria delle multinazionali. Potremmo probabilmente così scoprire una delle vie maestre per sottrarre vittime alla disoccupazione.

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