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Non siamo tutti europei

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Lunedì, 05 Maggio 2014

Forse ho capito perché in Europa s’avanza, più minacciosa che mai, la fronda anti-Ue. È bastato ascoltare i ragionamenti espressi da madame Marine Le Pen, ospite di Otto e mezzo su La7 (il video dell'intervista è disponibile qui sotto). Altro che l’“agent provocateur” Grillo, che inveisce con più o meno cattivo gusto insultando a destra e a manca qualsiasi soggetto si profili in disaccordo con le sue personali teorie (su cui si devono appiattire, umoralmente, quelle del movimento di sua proprietà, pena la lesa maestà punibile con l’esilio dello sventurato). No, la signora Le Pen, ha infilato un ragionamento sensato dietro l’altro: ha detto che i Paesi europei devono salvaguardare i loro confini, che Francia, Italia e Spagna devono essere messe nelle condizioni di poter gestire in comune l’immigrazione clandestina dal Nord Africa, che non ha importanza il colore della pelle o la nazionalità di provenienza ma se un immigrato rispetta il Paese che lo accoglie e che dà a lui lavoro ed educazione e assistenza sanitaria ai suoi figli, ha parlato della iattura dell’euro e della necessità di tornare alle monete nazionali, dimenticandosi magari qualche (a dire il vero, fondamentale) passaggio di ordine tecnico, ma unendo un puntino dietro l’altro è riuscita a essere chiara, senza insultare nessuno, rispettando le idee di tutti. Ecco la ragione per cui la Le Pen ha umiliato Hollande alle ultime comunali francesi, e probabilmente gli farà mangiare la polvere alle imminenti elezioni europee.
Ecco perché, se ci fosse un leader altrettanto decisamente “politico” e meno “comico” o “becero-macchiettistico” (simil Lega, per intenderci), a portare avanti idee simili sull’Ue, probabilmente anche in Italia si smarrirebbe un certo europeismo a prescindere. Senza contenuti, bensì per partito preso.
D’altra parte, per esempio, sulle ambiguità in tema di immigrazione, già lo scorso gennaio era uscita sul Corriere una lucida disamina di Angelo Panebianco: «Dipendono dal fatto che sembriamo incapaci, a causa di certe sovrastrutture ideologiche, di decidere una volta per tutte a quale criterio appendere la politica dell’immigrazione: la convenienza oppure l’accoglienza (il dovere di accogliere i meno fortunati di noi?). Troppo spesso i due criteri vengono mescolati, l’immigrazione viene giustificata alla luce di entrambi. Se non che, si tratta di criteri fra loro in contraddizione. Ne deriva l’impossibilità di formulare proposte coerenti». Finendo col concludere che l’unica seria politica statale sia quella «fondata sulla convenienza, si dovrebbe insomma porre problemi di scelta, di selezione (da monitorare e rivedere nel tempo, alla luce dell’esperienza). Non si tratta di inventare nulla. Altri Paesi hanno già imboccato questa strada». Il lucido senno di Panebianco sembra – e sottolineo “sembra” – fare il paio con le parole della Le Pen, in controtendenza rispetto alla politica ondivaga dell’Unione Europea. La stessa indeterminatezza e mutevolezza che le autorità di Bruxelles mostrano nell’affrontare i problemi economici del Vecchio Continente, per non parlare della mancata unitarietà di intenti in materia di politica estera e fiscale, e delle disposizioni della granitica casta di euroburocrati di complemento, insediatasi (come se ne si sentisse la necessità!) sopra quelle delle singole nazioni. Sotto i colpi di tante e tali non-politiche, che hanno dato ai cittadini la sensazione che esistano “europei più europei di altri”, si sta smarrendo il prezioso patrimonio costituito dall’idea stessa di Europa unita. Si stanno fornendo alibi e fondamento alle idee più estreme, tipo quelle della Le Pen e compagni, il tutto perché questo insieme scombinato di nazioni non ha saputo – così come si augurava Altiero Spinelli – dare i natali a «un’Europa capace di suscitare un vero partito rivoluzionario».

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