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Piccolo è bello, ma grande è meglio

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Venerdì, 07 Novembre 2014

Le dimensioni contano. Almeno a livello industriale. Ammettiamolo: per almeno due decenni in Italia ha avuto la meglio la retorica del “piccolo è bello”. L’enfasi su aziende individuali, a conduzione familiare, industriose e intraprendenti, che realizzavano prodotti eccellenti anche destinati all’export ha riempito discorsi di esperti e ispirato centinaia di tesi universitarie, nonché certi rinunciatari piani industriali dei governi. La verità però è che, alla luce dello stallo attuale, si trattava di analisi che consideravano il bicchiere mezzo pieno, ovvero prendevano in considerazione solo i plus di uno stato di fatto, esaltando quello che c’era e dimenticandosi di guardare a cosa invece avrebbe potuto esserci se…
Ebbene, un recente studio di Nomisma conferma piuttosto la tesi secondo cui il nostro deficit di produttività rispetto alla Germania sia da attribuire proprio alle dimensioni troppo ridotte delle aziende tricolori. Un dato su tutti: il 95,1% di esse ha meno di dieci dipendenti. Quindi, risulta facilmente comprensibile come in un contesto simile sia difficile rendere efficienti e competitivi gli investimenti. Come dire: l’agognata produttività va a farsi benedire. Mentre se il nostro tessuto industriale riuscisse a crescere di dimensioni, equiparando l’assetto tedesco (nella categoria delle imprese medie con 20-249 dipendenti siamo messi meglio di loro), il gap di 20 punti di produttività verrebbe di fatto azzerato. In soldoni: potremmo fare meglio di Berlino, solo che ormai ci siamo imposti di pensare in piccolo. E il bello è che per raggiungere l’efficienza tedesca non servirebbe concentrarsi sulle loro stesse specializzazioni produttive, ma basterebbe (si fa per dire) creare gli stessi loro livelli occupazionali nelle diverse categorie aziendali (piccole, medie e grandi).

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La Germania ha avuto “solo” il merito
di perseguire politiche industriali
che favorissero fusioni,
acquisizioni e accorpamenti delle pmi

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È quindi il gap “dimensionale” a fregarci più di quanto non lo faccia quello tecnologico. Non a caso, i ricercatori di Nomisma riportano: «Non si dovrebbe mai dimenticare che il non disporre “in casa” della capacità di produrre, ad esempio, alta tecnologia non preclude la possibilità da parte delle imprese di utilizzarla al meglio, importandola, nei processi produttivi e da parte dei consumatori di farla entrare nei loro standard di vita».
In definitiva, servono aziende più grandi in grado di competere meglio sui mercati internazionali, che possano far fruttare al massimo i loro investimenti in R&S e in risorse umane. Bisogna agevolare, incentivare e favorire - a livello nazionale come locale - ogni iniziativa in grado di far lievitare le loro dimensioni, fino a trasformarle in solidi soggetti competitivi meno esposti alle intemperie dell’economia. La Germania ha avuto “solo” il merito (e non è poco) di capire per prima che per diventare grandi bisognava prima esserlo, proprio a cominciare dal fronte delle dimensioni medie aziendali, e di perseguire politiche industriali che favorissero fusioni, acquisizioni e accorpamenti di piccole o medie aziende in realtà più “pesanti” ed efficienti. Il tutto con le inevitabili e positive ricadute sull’occupazione. Ecco, per far crescere il Paese si potrebbe cominciare proprio da qui…

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