In un pomeriggio d’estate mi sono ritrovato a guardare per caso un reportage in tv. Un pescatore calabrese raccontava – in dialetto strettissimo – la storia della tradizionale pesca del tonno, di come gli antichi greci arpionassero i pesci dalla riva, di come essa si sia poi evoluta utilizzando le barche a remi. Raccontava di come tutto questo si sostenesse, un tempo, su un equilibrio armonico. Poi, abbassando gli occhi, mentre le decine di rughe sul suo viso color legno si infittivano, se n’è uscito con: «Quando è arrivata la cambiale, tutto è cambiato». Che c’entra? direte voi… L’ho pensato anch’io lì per lì, ma il pescatore ha subito spiegato: «Quando tutti hanno potuto permettersi di comprare un motore per la barca, quell’equilibrio si è irrimediabilmente rotto, e per i tonni è stata la fine». Questa scena mi ha fatto ricordare le allarmanti parole di Giulio Tremonti, che mentre tutti noi eravamo stesi sulla battigia a goderci il fruscio delle onde, in un’intervista al Corriere  della sera  ha sentenziato: «Dal 2007 a oggi le cause della crisi sono ancora tutte lì. Se allora c’erano numeri eccessivi, oggi sono esplosivi. La finanza sta subendo una mutazione genetica spaventosa ». Ora, Tremonti è stato un personaggio che ha sposato a volte visioni anche opinabili, ma è indubbio che in questi dieci anni sia stato fatto poco o nulla per sanare “strutturalmente e culturalmente” quelle che furono le cause della crisi. Quindi, il nostro rischia di avere drammaticamente ragione. Già, perché la finanza sta continuando a fare il bello e il cattivo tempo sui mercati nazionali e internazionali, a spese della politica (che conta meno di niente), a spese dell’economia produttiva (le aziende sono le prime vittime dei suoi giochi) e, di rimando e soprattutto, dei diritti di noi tutti.

Mi rifiuto di credere che esista un piano per destabilizzare l’Occidente, ma se tutto accade per “caso”, allora le menti raffinatissime che governano l’economia mondiale devono armarsi (e armarci) per condurre una “Santa Guerra” contro questo presunto destino intimato dall’impostazione predatoria che ha assunto la finanza. Con le buone o con le cattive, occorre stringere le maglie della sicurezza intorno a banche e borse , imporre l’inderogabile regola che è il denaro a dover essere al servizio dell’uomo (inteso come comunità umana), e non viceversa. Se non ci si riappropria di una dimensione etica anche del denaro (reale e virtuale), siamo destinati a fare la fine di quei tonni calabri: svenduti a poche lire sulle bancarelle altrui.

Le opinioni

Il punto di vista del direttore di Business People , Vito Sinopoli

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