Austerity senza controllo… Perde pezzi la visione di un’Europa che avrebbe dovuto riprendersi dopo le forche caudine dettate dall’inseguimento del deficit al 3%. Un tour de force che continua a costare (troppe) lacrime e sangue a famiglie e imprese. E a Bruxelles qualcuno comincia già ad accorgersene se anche il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, ha avuto recentemente modo di affermare che quella del rigore è una politica fondamentalmente corretta, ma che ormai «ha raggiunto i suoi limiti». Non a caso, affaire greco a parte, in altri Paesi come Portogallo, Irlanda, Spagna e Francia, senza tacere dell’Italia, gli effetti del contagio si stanno allargando, mentre alcuni dati indicano che anche la Germania potrebbe crescere meno del previsto. Questo mentre Usa e Giappone stanno facendo il possibile, con risultati decisi seppur non ancora decisivi, per sfilarsi dalla situazione. Ciò indica con plastica evidenza che l’austerità, da sola, non basta. Che ci vuole qualcosa di più, qualcosa di meglio, come la crescita per creare un circolo virtuoso tra domanda e offerta, tra lavoro e consumi. Ma come raggiungerla senza disastrare ancora di più i conti? C’è chi teorizza (e ormai le voci isolate stanno assumendo la consistenza di un coro) di allargare le maglie del rigore e di ricorrere al debito per investire nei settori pubblici. Il che lascia perplessi, visto che in Italia l’indebitamento non si è mai tradotto automaticamente in crescita, altrimenti – con circa 2 mila miliardi di debito sovrano – saremmo noi la locomotiva e non il fanalino d’Europa…
La verità è che bisogna sottoporre la nostra economia a un rigoroso processo di ammodernamento, entrando in un’ottica in cui il bilancio statale va gestito né più né meno come se fosse quello di un’azienda. In un’ottica in cui ci si indebita solo per creare valore aggiunto – l’unico in grado di attrarre investimenti – e non per affrontare le spese correnti. Soprattutto se le suddette sono drogate ancora da un alto indice di sprechi. Quali? Quelli della politica in primis, non solo di quella parlamentare – certamente macroscopica –, ma anche di quella regionale, provinciale e comunale, nonché di tutti quegli enti lottizzati infarciti di consiglieri e rappresentanti di se stessi che sommano incarichi a consulenze, prebende a grassi rimborsi spese. Si è tagliato linearmente sui servizi, ma non si è agito sulla loro razionalizzazione (vogliamo parlare dei costi delle prestazioni sanitarie che ancora oggi da una regione all’altra possono raddoppiare se non triplicare?). Siamo certi poi che ogni singolo manager e dipendente pubblico abbia la formazione e la competenza, nonché il senso di responsabilità per ricoprire il ruolo per il quale percepisce il suo – a volte fin troppo lauto – stipendio? Mi chiedo e vi chiedo: si può ancora pensare che il concetto di redditività possa ancora essere avulso dalla pubblica funzione? E un dirigente, un manager o un direttore di qualsiasi struttura pubblica non dovrebbe piuttosto essere obbligato a stilare un business plan, dal rispetto o meno del quale andrebbe fatto dipendere il mantenimento o meno del suo incarico?
Quindi, se dobbiamo allargare le maglie del rigore – Ue permettendo – facciamolo pure, ma che lo si faccia intelligentemente. Indebitiamoci per realizzare infrastrutture in grado di creare valore e sviluppo, facciamolo per stimolare le imprese a creare lavoro e quindi reddito, e poi consumi, infine gettito fiscale. Altrimenti, sarebbe solo – ulteriore – denaro perso…
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Il punto di vista del direttore di Business People, Vito Sinopoli.
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