Caro Stato, mi sento un suddito

Adesso lo so, riconosco quel disagio che provo quando vedo sfilare davanti ai miei occhi la cronaca quotidiana della disfatta economica senza fine che stiamo vivendo da sette anni a questa parte. È il malessere di chi è nato credendosi cittadino ma si vede ridotto a suddito. Sì, mi sento ormai un suddito, una sorta di mucca da mungere alla bisogna da parte di una politica cieca che, nel tentativo affannoso di salvare il salvabile smarrendo per strada l’essenziale, continua a mettere le mani nelle tasche dei cittadini e nei conti delle imprese. Con uno stratosferico 48,3% di tasse sul prodotto interno lordo, che dovrebbe crescere di un altro mezzo punto nel 2016, ci troviamo a dover lavorare ogni anno fino a metà giugno per foraggiare le spese dello Stato, dopo di che possiamo cominciare a industriarci per le necessità nostre e delle nostre famiglie. Non a caso tra il 2007 e il 2013 il reddito disponibile reale delle famiglie italiane è diminuito del 13%, in termini pro capite, mentre la spesa è scesa del 10%.

Vorrei che qualcuno – per favore – mi spiegasse se tutto ciò ha un senso, un’etica, una spiegazione. Senza tacere il fatto che il fisco nostrano, cieco quando vuole più per inerzia che per sostanza (le leggi ci sono, basterebbe solo applicarle), si è ormai dato l’imperativo che ogni contribuente sia un evasore reale o potenziale fino a prova contraria. Ma si può? Si può che ogni due mesi siano falcidiate linearmente agevolazioni e detrazioni a favore di famiglie e settori produttivi, senza seguire alcun criterio di sviluppo e di crescita, e senza strutturare seri provvedimenti in grado di mettere in moto i consumi? Con uno Stato che continua ad aumentare le tasse (Iva in primis), hai voglia a dare 80 euro in più e ad anticipare il Tfr in busta paga, perché la gente ha paura di questa continua escalation, tant’è che non spende e accumula – se può – i risparmi in banca.

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Abbassare le tasse sul lavoro ci serve
come l’aria per respirare, altrimenti
siamo condannati al definitivo declino

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Sì, mi sento un suddito e non un cittadino, quando vedo ministeri ed enti pubblici stracciarsi le vesti appena vengono ventilati tagli, palesemente digiuni come sono di ogni impostazione manageriale che dovrebbe spingere loro a tagliare, anche a costo dell’impopolarità elettorale, rami secchi e a ottimizzare servizi spesso inefficienti. Se vado con la mente al piano del vituperato Cottarelli, che si era proposto di operare nel triennio 2014-2016 risparmi lordi massimi per 34 miliardi, senza stravolgere il welfare state, mi mangio le mani. Anche perché, probabilmente qualche voce sarà anche stata inesatta, ma nel complesso prevedeva una strada, una via d’uscita, che adesso non abbiamo e che non riusciamo neanche a intravedere in lontananza. Urgono tagli alla spesa pubblica per molti miliardi: ci serve come l’aria per respirare abbassare le tasse sul lavoro, altrimenti siamo condannati al definitivo declino. Nessuno dice che sia semplice, ma è indispensabile, vitale, irrinunciabile.

In un frangente di crisi eccezionale occorrono provvedimenti e soluzioni altrettanto eccezionali, oggi i palliativi, la mediocrità o le vie di mezzo per non scontentare nessuno, non hanno alcuna ragione d’esistere: oltre a essere inutili sono dannosi perché ci fanno perdere tempo prezioso. E noi ormai ne abbiamo già sprecato fin troppo.

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