Che uno shock serva?

Quante volte abbiamo invocato il taglio dell’Irap? Una legge ingiusta che punisce chi offre lavoro e che si è obbligati a pagare anche quando si registrano perdite. E ogni volta la scusa per non abolirla è la stessa: aiuta le Regioni a pagare la sanità, punto dolente ormai in tutto il Paese.
E quindi? Viva la Merkel, che ha il coraggio in Germania di tagliare le tasse per 24 miliardi di euro l’anno senza che ne derivi una proporzionale riduzione della spesa. Il cancelliere tedesco crede, infatti, che il minor peso fiscale rilanci le attività e spinga la domanda interna, aumentando di conseguenza le entrate. Viva Sarkozy che abolisce l’Irap francese e che protegge con leggi apposite la proprietà intellettuale.
E in Italia? Forse lo shock di cui Corrado Passera di Intesa Sanpaolo parlava la scorsa estate serve davvero. Ma, come scriveva Manzoni parlando di Don Abbondio nel romanzo I Promessi Sposi, «il coraggio uno non se lo può dare».
Ciò non toglie che l’Irap debba essere abolita totalmente e non parzialmente. In che modo possiamo solo ipotizzarlo. Magari recuperando denaro dai tanti rivoli di spreco “clientelare” che Stato, Regioni, Province, Comuni ed Enti vari creano, magari con una Tobin tax provvisoria, fino alla fine della crisi, su banche e compagnie petrolifere.
Ma rilanciare il mondo della piccola e media impresa vuol dire anche intervenire nei confronti dei meccanismi che regolano il mondo del lavoro. Non si tratta, come è stato spesso semplificato nelle polemiche di quest’ultimo mese, di mettere in discussione il posto fisso. Nessuno è contrario alla regolarizzazione del lavoro. Il vero problema è che deve essere facilitata l’assunzione, riducendo il carico fiscale sugli stipendi, e allo stesso tempo deve essere semplificata la possibilità di licenziamento, tanto nella pubblica amministrazione quanto nel privato. Solo in questo modo è possibile valorizzare chi ha bisogno e voglia di lavorare a scapito di chi non ne ha.

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