Crescere sì, ma come?

Quasi ogni mese ormai emerge dal marasma politico una parola chiave che sembra a un tratto diventare il nucleo centrale dell’azione di governo, per poi retrocedere poco dopo e fare spazio a un’altra. È stato così per lo spread, poi per i giovani e il lavoro, in seguito per la produttività (tanto per citare le voci più gettonate), adesso è la volta della crescita. Già, anche perché i due decreti dell’esecutivo Monti – il precedente era dedicato al sinonimo sviluppo – redatti con l’obiettivo di favorirla, incutono più di una perplessità. Visto che gli ultimi provvedimenti su e-government, scuola digitale, start-up e credito di imposta sulle opere strategiche non promettono di dare nel breve periodo alcuna boccata d’ossigeno né alle famiglie né alle imprese. Che è invece quanto ci vorrebbe dopo cinque anni di drammatica crisi. In cui le prime si sono indebitate e le seconde, quando non hanno chiuso, sono state fortemente ridimensionate. Come non dare quindi ragione al presidente di Confindustria Squinzi quando critica l’ultimo decreto per non aver proposto nulla di incisivo ai fini di una ripartenza? E, infatti, la sensazione che se ne ricava è che si cerchi di mettere delle toppe dove ci sarebbero piuttosto da coprire delle voragini , e che il governo dei tecnici non abbia la forza e l’autorità per intervenire, subissato com’è dalle pretese dei contradditori partiti che lo sostengono (seppur ancora per poco) e dell’Europa delle banche. Qui sta cambiando il mondo, perché – ce lo siamo ormai detti tante volte – nulla sarà più come prima, mentre noi continuiamo a dare una lucidata alla facciata dell’esistente…
Intanto, i problemi di fondo rimangono intonsi. Vabbè, come dice il premier, che abbiamo dovuto evitare di finire nel precipizio, ma non possiamo continuare a rimanervi sull’orlo. Con il conseguente timore e tremore di finirci dentro, e quindi con questa terrorizzante paura che blocca tutto e tutti.

Christine Lagarde © GettyImages

Christine Lagarde

Che fine hanno fatto i tagli chirurgici agli sprechi che avrebbe dovuto praticare Bondi? Dove sono le iniziative per innestare (vera) liquidità nelle aziende a rischio? In cosa consistono i provvedimenti che avrebbero dovuto rimettere in moto il rapporto tra domanda e offerta? Ormai le uniche aziende italiane che crescono sono quelle che lavorano all’estero , perché sotto il profilo degli utili le attività interne risultano in perdita. A questo punto vien da chiedermi: può il nostro Paese rassegnarsi a tale declino? La mia risposta è un no deciso, ma per impedire la deriva occorre una sterzata.
Quale? Si potrebbe cominciare col ridurre le tasse alle aziende e alle famiglie che le pagano. Altrimenti, non si uscirà dal pantano. Recentemente l’ha riconosciuto anche il Fondo monetario internazionale: si cresce poco perché si è sottovalutato l’impatto del moltiplicatore fiscale. Tant’è che per ogni euro di tagli sommati alle maggiori imposte, la riduzione del reddito nazionale è passata dai 50 centesimi previsti a 0,9 /1,7 euro. E se a dirlo è anche madame Lagarde…

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