Diritti acquisiti, da chi?

Nelle ultime settimane, sentendo parlare in continuazione di lavoro e Jobs Act, riflettevo sul fatto che dalla fine della II Guerra mondiale sono trascorsi appena 58 anni. L’età di un uomo che, secondo i parametri attuali, è ancora abbastanza giovane per scalare montagne. E dire che, soprattutto per merito dell’evoluzione tecnologica intercorsa, si ha la sensazione che d’allora siano passate intere ere geologiche. In effetti, si deve essenzialmente a quest’epoca post-bellica se, nel bene e nel male, l’Europa e l’Italia sono così come le conosciamo oggi.

Prima il mondo del lavoro aveva ben altre tutele e il welfare non esisteva o quasi. La Costituzione, quella che all’articolo 1 recita che «l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro» è del ‘47, lo statuto del lavoratori del ’71. La stessa Italia si è unita in Stato nel 1861. Checché se ne dica sulla gloriosa storia millenaria dell’Impero romano, siamo un Paese civicamente giovane, ma civilmente vecchio. È questa l’immagine che mi viene in mente quando da politici impenitenti ideologi del vitalizio automatico (per non dire dei foraggiatissimi dipendenti delle due Camere) nonché da sindacalisti & sindacalizzati di ogni ordine e grado sento brandire l’assunto «non si possono toccare i diritti acquisiti».

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Nella scienza non esiste un risultato acquisito
per sempre: ricerche successive solitamente
lo approfondiscono quando non lo confutano

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Acquisiti? Acquisiti da chi? Nella scienza non esiste un risultato acquisito per sempre, in quanto ricerche successive solitamente lo approfondiscono quando non lo confutano. Perché dovrebbe essere altrimenti per il lavoro? Dobbiamo forse supporre che i nostri padri, al massimo i nostri nonni, che si sono confrontati con una realtà di gran lunga più scomoda della nostra, ma hanno saputo lottare e sacrificarsi senza avere le garanzie che abbiamo noi, avessero l’arroganza di voler ipotecare ad libitum e sine die il futuro del Paese che loro stessi non potevano ancora conoscere?

Ecco, le riflessioni di queste settimane mi hanno indotto a pensare che – al di là dei diritti inalienabili della dignità umana su cui non si può e non si deve ovviamente mai e poi mai transigere – nell’era moderna non possano esistere diritti acquisiti per sempre, in quanto i diritti non sono una cosa, un oggetto inanimato da infilare in fondo a un cassetto e da tirare fuori all’abbisogna, bensì un bene, un patrimonio vivo, che ciascuno deve esercitare e curare: non può quindi essere ottenuto una volta per tutte, ma conquistato quotidianamente con impegno e consapevolezza, ben oltre i limiti angusti di certi parametri sindacali, anche perché la realtà è contingente, le condizioni cambiano, aziende ed economie si trasformano, vanno in crisi e quando possono recuperano. Credo che ogni imprenditore di buona volontà sappia di cosa parlo, così come lo sa ogni lavoratore che è cosciente di avere non solo diritti ma anche il dovere, come recita l’articolo 4 della Costituzione, di concorrere col suo impegno «al progresso materiale o spirituale della società». Siamo certi di poter affermare di stare lavorando tutti in questa direzione?

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