E ora rompiamo gli schemi

Come si aiuta un paziente a guarire da una malattia? Studiandone i sintomi. Sintomi che un buon medico non può limitarsi a curare, ma dei quali piuttosto deve eliminare le cause. E come si cura un’azienda in difficoltà? Allo stesso, identico, modo. Anch’essa è un organismo che può presentare malattie congenite (strutturali), endogene (strategiche) ed esogene (congiunturali). Il che è come dire che se una società si becca il raffreddore, è anche perché non ha avuto la lungimiranza di ripararsi per tempo dal freddo. Può risultare uno schema semplicistico – e in parte lo è – tuttavia ha il merito di presentare il problema in tutta la sua geometrica semplicità.

© iStocPhoto.com/studiovision

Cominciamo dai sintomi, che sono sotto gli occhi di tutti: 279 mila le imprese cessate nel 2012 (fonte Cgia di Mestre), secondo Confesercenti potrebbero essere 450 mila nel 2013. Generalizzando, si può dire che hanno chiuso aziende in grave deficit di competitività, il più delle volte perché i prodotti o i servizi da esse offerti sono rimasti limitati entro un processo di imitazione del passato anziché di proiezione verso il futuro. Malgrado sia ampiamente dimostrato che, con gli attuali trend di evoluzione tecnologica, l’innovazione o è spinta o non è… Al che ho come l’impressione che certa retorica sul procedere nel rispetto della tradizione, sbandierata spesso da alcuni imprenditori e manager, nasconda una malcelata rassegnazione a vivere di rendita, colpevolmente dimentichi del fatto che quanto oggi è tradizione ieri fu – inevitabilmente – innovazione.
Come reagire, allora, di fronte a un simile quadro clinico? Rompendo gli schemi: la cover story di questo numero è dedicata a Ibm, una società che in un secolo di storia ha cambiato profondamente volto e business. Tante pmi italiane hanno fatto altrettanto, se non di meglio. Molte altre, sebbene avessero in mano carte migliori, non ci sono riuscite. La regola è che non esistono regole, perché le variabili sono infinite. Con uno o due punti fermi. Come quello che a fare la differenza nel condurre un’azienda è il progetto che la anima, la visione che l’ha ispirata e che va quotidianamente riaffermata, nel rispetto (mai timore reverenziale) del passato, nella padronanza dell’attività presente, nella progettualità dell’azione futura. Perché il caso non esiste, e i problemi di oggi sono quasi sempre il prodotto di azioni sbagliate o di decisioni non prese. Fare impresa nell’attuale congiuntura è senza dubbio un perenne esercizio di coraggio, riservato – come affermava 25 secoli fa lo storico Tucidide – a «coloro che hanno la visione più chiara di ciò che li aspetta, così della gloria come del pericolo, e tuttavia l’affrontano».

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