È tempo di un sindacato alla tedesca

Non so a voi, ma personalmente quando il segretario della Cgil Susanna Camusso, alla vigilia del “mercoledì da leoni” del premier Matteo Renzi, gli ha ringhiato contro per la sua allergia alla “contrattazione con le parti sociali”, salvo due giorni dopo salutare i suoi provvedimenti come positivi per i lavoratori, ho avuto la plastica immagine di un sindacato ormai stantio , superato, quasi inutile . E ancor di più se si considera che anche Bonanni aveva fatto in tempo a unirsi solidalmente alla lamentatio preventiva della collega, mentre Landini si era mostrato più furbescamente attendista e possibilista. Eppure, la questione che si pone è essenziale: in un Paese che ormai considera di vitale importanza la rottura dei vecchi schemi e privilegi partitici e istituzionali, è ipotizzabile che i sindacati rimangano estranei alla “furia” riformista? Anche perché, se c’è qualcosa che non ha funzionato nella politica del lavoro, e certamente qualcosa c’è se abbiamo i livelli di disoccupazione che abbiamo, al netto della crisi le responsabilità vanno distribuite equamente tra governi, imprese e sindacati. E mentre i primi due soggetti sono alle prese con non pochi sommovimenti, che ne stanno ridefinendo ruoli e ragion d’essere, e mentre gli stessi lavoratori si dicono convinti che nulla sarà più come prima, i sindacati continuano a rimanere imperturbabilmente immersi nelle loro certezze, pretendendo di sedersi ai soliti tavoli per negoziare le stesse condizioni.
Sia detto chiaro e tondo, la civiltà di un Paese si misura anche dai sindacati che è stato capace di darsi. Quindi, sono strumenti essenziali nelle mani dei lavoratori e delle stesse imprese, ma in un contesto liquido come l’attuale dovrebbero essere i primi a imporsi una metamorfosi profonda. La stessa “ liquidità sindacale ” che avrebbe fatto la fortuna della Germania, secondo una ricerca delle università di Londra, Friburgo e Berlino, riportata recentemente da Lavoce.it , dalla quale si evince che «l’incredibile trasformazione dell’economia tedesca è dovuta a un processo di decentralizzazione della contrattazione senza precedenti (…) reso possibile dalla struttura e dall’autonomia dei sindacati tedeschi» che «in un momento difficile per l’economia del Paese hanno mostrato di essere molto più flessibili di quanto si potesse immaginare».

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È un soggetto fondamentale ma in un contesto liquido come quello attuale dovrebbe essere il primo a imporsi una metamorfosi

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Il merito, quindi, della grande ripresa tedesca non sarebbe solo della politica, attraverso l’adozione delle riforme del mercato del lavoro volute dal ministro Hartz durante i governi di Gerhard Schroeder, bensì del decentramento della contrattazione dai Lander alle singole imprese. E questo perché «il costo della riunificazione tedesca, unito alla rapida ascesa di un contesto globale sempre più competitivo, rendeva sempre più costoso per le aziende pagare gli alti salari negoziati coi sindacati. Le nuove opportunità di delocalizzazione della produzione in Europa dell’Est hanno cambiato gli equilibri di potere fra sindacati e associazioni degli industriali». Il risultati sono sotto gli occhi di tutti: la disoccupazione tedesca è passata dall’11% del 2005 al 6,8% odierno contro il 12% della media europea; il costo del lavoro medio orario è superiore a quello italiano e spagnolo (con salari quindi più alti), mentre il costo del lavoro per unità di prodotto risulta inferiore (con ricavi dunque maggiori per le aziende). Con questo non si vuol suggerire di importare ricette per contesti differenti, certo è che - come dimostra la storia dei loro colleghi tedeschi - deve tramontare per i sindacati tricolori il tempo in cui si chiedono tavoli e si pretendono poltrone , e guardare in faccia la situazione delle aziende e del Paese per individuare delle soluzioni che tengano conto della cruda realtà.

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