Il Governo è miope

Troppo vaghi per le piccole e medie imprese italiane i recenti provvedimenti del Governo. Esaminiamoli nel dettaglio. È prevista una detrazione dell’Ires fino al 3% per un periodo di 5 anni degli aumenti di capitale sociale fino a un tetto 500 mila euro, realizzati entro sei mesi dall’entrata in vigore della norma. Un’iniziativa di per sé valida, in quanto accrescere la patrimonializzazione rende l’azienda più solida, che però parte da un presupposto: gli imprenditori devono avere nuove risorse da investire in azienda, il che non è affatto scontato. Anche perché nel frattempo - e nonostante la moratoria sui debiti da parte delle banche, che dovrebbe durare un anno, essere estesa a capitale di leasing, mutui e probabilmente anche a scoperto di conto corrente e smobilizzo di fatture, ma è ancora in fase di definizione - continuano a pagare i tassi d’interesse più elevati d’Europa. Secondo la Cgia di Mestre, infatti, in Italia su prestiti inferiori a un anno sono applicati interessi del 4,37% contro una media europea del 4,02%, ma soprattutto contro il 3,37% della Francia, il 3,70% dell’Olanda, il 3,98% della Spagna e il 4,13% della Germania. Per non parlare della rigidità delle banche nel confermare le linee di finanziamento e nel concedere ampliamenti dei fidi per sostenere la liquidità necessaria in questo momento. Condizioni che stanno penalizzando fortemente soprattutto le piccolissime, piccole e medie imprese. Le medesime che risultano di fatto escluse da altri provvedimenti del decreto legislativo anti-crisi. In primis quello a favore degli investimenti: è possibile scalare dall’imponibile dell’anno gli acquisiti di macchinari, fino al 50% del loro valore, effettuati nel secondo semestre del 2009 e del primo semestre del 2010. Peccato che molte imprese non solo non hanno le risorse a disposizione per fare simili investimenti, ma spesso operano in comparti, quali il terziario e i servizi, dove i macchinari occupano un posto solo marginale rispetto invece al fattore umano. Ancora una volta il Governo trascura la composizione del tessuto economico italiano, che è fatto di piccolissime, piccole e medie imprese che sono per larga parte attive nell’ambito dei servizi. Così come pur partendo da un principio corretto, quello di incentivare la localizzazione di attività produttive in Italia, arriva a penalizzare le imprese - le medesime che puntano sull’esportazione e lavorano in settori eccellenti come quelli della moda, dell’arredamento e del food - che hanno investito nella delocalizzazione. La manovra d’estate ha, infatti, recentemente introdotto il pagamento di un’aliquota all’erario italiano da parte di quelle aziende che hanno scelto di produrre all’estero, annullando di fatto i vantaggi della delocalizzazione. Non avrebbe avuto più senso invece detassare le società che scelgono di produrre in Italia? Avremmo ottenuto lo stesso risultato: stimolare l’economia e l’occupazione. Nel frattempo l’opposizione non c’è. Non fa proposte concrete. Al contrario è necessario un approccio pragmatico per capire dove investire e dove disinvestire per ottimizzare le scarse risorse a disposizione.

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