Il dialogo, non possibilità ma necessità

Il pesante scontro politico in atto spinge a fare una riflessione sulla natura della stessa azione politica, in una fase in cui le contrapposizioni dei poli si esasperano distanziandosi dal loro stesso nucleo. Il risultato più immediato è un Paese in cui si fatica a condividere le idee. È tempo di estremismi e di violenze verbali, di iperboli e di promesse mirabolanti (reddito di cittadinanza, pensioni minime a mille euro, incentivi che ogni volta cambiano in corsa, strabilianti rientri di capitali dall’estero) che tutti – anche i più sprovveduti – sanno che non potranno essere mantenute. Mentre quelle che potrebbero invece esserlo, vengono continuamente rimandate. Perché allora milioni di italiani si lasciano trascinare in questo vortice di improperi, insulti, demagogie e offese alla loro intelligenza, alla loro educazione e a ogni barlume di buonsenso? Difficile dirlo, perché ognuno ha motivazioni differenti: la rabbia per un lavoro perso e una burocrazia sorda, l’indignazione per le ruberie di Stato, lo sdegno per le inefficienze nella sanità o nella scuola, l’ira di chi – pagando le tasse fino all’ultimo centesimo – si vede sopravanzare nel tenore di vita da chi al fisco dichiara di essere nullatenente.

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Le polarizzazioni politiche hanno proiettato la loro gigantesca ombra anche sulla vita economica e finanziaria

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Potremmo continuare all’infinito a indicare le ragioni della collera di quegli italiani che, sconcertati da tanto ciarpame, non si recano alle urne o, se lo fanno, vanno per dare voce e voto al loro risentimento. Di ciò si alimenta la parte bassa dei partiti, l’anima nera di quella politica che vede nelle elezioni l’occasione per preservare il proprio potere e non per dare sostanza alla propria visione del mondo. Una visione del mondo che deve essere concreta negli effetti, ma che deve sapersi astrarre da ogni interesse di parte o di bottega, per non dire personale. È quanto è mancato all’Italia per decenni. Ed è un’assenza che si è fatta sentire non solo nella politica, visto che le polarizzazioni e gli scontri tra fazioni hanno proiettato la loro gigantesca ombra anche sulla vita economica e imprenditoriale del nostro Paese così come nella finanza. Non siamo in grado di confrontarci su un problema col solo obiettivo di risolverlo, per la semplice ragione che in Italia non sappiamo dialogare, perché il dialogo è considerato un compromesso, una resa all’avversario politico, che è essenzialmente un nemico. Un nemico non del mio modo di vedere il mondo, bensì degli interessi (economici e/o egemonici) che io e il mio partito abbiamo su quel mondo. Come dire? Partiamo col piede sbagliato. E siccome in democrazia nessuno incarna la maggioranza assoluta della volontà popolare, altrimenti si chiamerebbe monarchia o dittatura, quindi una qualsiasi forma di compromesso si rende necessaria. Ecco allora che, non essendo abili nel dialogo, si ricorre agli accordi sotto banco, grazie a una leadership incapace di aggregare senza inciuci. Tale deficit è certamente figlio di una pesante impreparazione culturale e psicologica, ma anche frutto della campagna elettorale permanente in cui viviamo e della fragilità costituzionale dei nostri governi perennemente in bilico. Una pesante responsabilità va ascritta anche ai media che con sondaggi e confronti vari affrontano la politica come se si trattasse di un campionato di calcio: quale squadra sta vincendo? quale perde? chi guadagna punti? chi si avvicina al tramonto? Il risultato è che, così facendo, i problemi reali vengono rimandati, nascosti dal chiacchiericcio e dalle urla. Basti ricordare come, durante le ultime Europee, non si sia affatto parlato di Europa e di quel che le forze politiche del nostro Paese avrebbero potuto fare per migliorare l’azione dell’Unione e – di conseguenza – gli interessi stessi dell’Italia in ambito Ue, ma di beghe e personalismi nazionali. Tutto a causa di un non-dialogo che si perpetua oltre ogni irragionevole irragionevolezza.

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