Il dovere dell’ottimismo

Diceva mio nonno che ci sono stagioni della vita in cui essere ottimisti più che una possibilità è un obbligo.
Io, nel mio piccolo, ci aggiungerei che ci sono ancor più professioni in cui l’ottimismo è un dovere, non trascurando tutt’al più quel sano elemento di realismo che induce almeno a vedere la realtà così com’è, foss’anche solo per avere poi la voglia e l’audacia di cambiarla. In meglio, possibilmente. Quella dell’imprenditore è certamente una di queste. Malgrado il mestiere si sia fatto sempre più arduo, tanto da farlo assomigliare ormai a una missione. L’ottimismo a cui faccio appello non è ovviamente quello propinato un tanto al chilo dalla politica: ricordate da quante stagioni ormai ci viene vaticinato dai ministri dell’Economia dei vari Prodi, Berlusconi, Monti e Letta che la prossima sarà quella della ripresa? Né quello a senso unico di certe banche o di certi presunti – più interessati che interessanti – osservatori internazionali. Mi riferisco piuttosto ad alcuni (timidi) risultati che fanno capolino tra il bollettino di guerra della nostra economia. Vedi quello dell’ultima indagine Confesercenti, in base alla quale dopo 18 mesi di segnali negativi, si intravede uno spiraglio: tra maggio e giugno sono stati aperti più di 7.500 tra negozi e piccole botteghe al dettaglio (+88%) con un saldo tra iscrizioni e cessazioni finalmente positivo, pari a 1.422 aperture. Oppure quello del superamento della fatidica quota 50 dell’indice Pmi manifatturiero del nostro Paese, il che significa tornare – seppure lentamente – a crescere. O ancora all’indagine di Unioncamere, che vede recuperare sempre alla produzione manifatturiera sette punti percentuali in termini di “fiducia” (cinque sul fatturato) relativamente all’andamento del secondo trimestre e alle previsioni per il terzo, rispetto allo stesso periodo del 2012. Certo, non è molto, ma può essere abbastanza, perché si tratta di parametri concreti, che vanno letti come estremi atti di fiducia e di reazione da parte delle imprese italiane a dispetto di una situazione economica che stenta a decollare. Dico questo perché sono sempre stato dell’idea che non si possa e non si debba agire sempre e solo alla luce della mera valutazione costi-benefici, che troppe volte impedisce di lanciare il cuore oltre l’ostacolo, visto che il solo guardare lontano contribuisce ad avvicinare la meta.
È di questa convinzione che ci siamo armati quando, nonostante la tempesta perfetta che sta scuotendo l’editoria e gli investimenti pubblicitari nostrani, abbiamo voluto varare un profondo restyling editoriale e grafico del nostro mensile . Immagino ve ne siate accorti, e lo farete ancora meglio quando l’avrete letto: vi accorgerete che Business People ha potenziato il suo essere strumento di informazione, ma soprattutto di riflessione, sui grandi temi economici e di management che riguardano più da vicino i nostri mercati. È diventato ancora più gradevole da sfogliare, e concede ancora più spazio al lifestyle e a tutte quelle passioni che rendono più piacevole e intrigante la vita. Sono certo che a mio nonno sarebbe piaciuto, e che non avrebbe perso tempo a ricordarmi quella frase di Galileo in cui il grande scienziato sosteneva che «non basta guardare, occorre guardare con occhi che vogliono vedere, che credono in quello che vedono». E noi, come vedete, ci crediamo…

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Sono sempre stato dell’idea che non si possa e non si debba agire sempre e solo alla luce della mera valutazione costi-benefici

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Il punto di vista del direttore di Business People , Vito Sinopoli

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