Il lavoro non è un’auto nuova

Ebbene sì, è vero, nel 2015, grazie anche al Jobs Act, le assunzioni che hanno beneficiato della decontribuzione statale sono state ben 1,44 milioni, con la bellezza di 500 mila contratti a tempo determinato trasformati in tempo indeterminato. Come dire? È incontrovertibilmente decresciuta la precarietà del lavoro . Ma non si può dire, ahimè!, altrettanto per quella delle imprese. Infatti, l’incertezza del quadro in cui si trovano ancora a operare rimane alta perché la crescita economica del Paese è al palo (+0,7%), o quanto meno non è tale da innescare spinte propulsive sul fronte dei consumi e, di rimando, sulla produzione. Meglio di niente, dicono alcuni, dimenticandosi che tra le nazioni dell’Unione siamo quelli che crescono meno. E forse avrebbero ragione , se non fosse che nel 2016 la decontribuzione per i nuovi assunti non ci sarà quasi più, perché ridotta drasticamente.

Chi ha avuto avuto e chi ha dato ha dato, insomma... Col rischio che, se non dovesse cambiare drasticamente il quadro - e i dati economici non ci consentono di essere fiduciosi, tant’è che un imprenditore renziano del calibro di Oscar Farinetti pronostica altri 4-5 anni di lacrime e sangue (sic!) - le aziende che spinte dall’ottimismo hanno assunto, si troveranno col cerino in mano e potrebbero, entro il triennio di moratoria previsto dal Jobs Act per i licenziamenti, essere costrette a dare il benservito perché i tempi indeterminati diventerebbero insostenibili.

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Gli incentivi fiscali incoraggiano,

ma non sono risolutivi per uno stato

di cose che va stabilizzato

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Nella speranza che dietro cotanta fiducia ci sia stata invece una più solida valutazione delle prospettive economiche e di non doverci trovare da qui a uno o due anni a contare i morti (i licenziati) e i feriti (le aziende) di provvedimenti una tantum a effetto spot, la riflessione che viene da fare è: possibile che in un Paese civile la mancanza di lavoro sia trattata ancora alla stregua di un prodotto deperibile? Possibile che quello che è un diritto, ma anche un dovere essenziale di ogni cittadino, venga considerato un bene al pari di un’automobile? Per la quale può risultare ragionevole che lo Stato ne favorisca l’acquisto in un certo lasso di tempo prevedendo incentivi, dopo di che - non essendoci la necessità di cambiare auto una volta alla settimana o al mese - è giusto e sano interromperli… Altra cosa è favorire il lavoro, l’occupazione e le imprese che la creano, essendo il lavoro un esercizio quotidiano, in assenza del quale non c’è dignità per il singolo e sviluppo per la collettività.

Ecco perché tutto quello che l’ostacola, dalla tassazione iperbolica alla burocrazia fino alle disposizioni che tutelano intutelabili privilegi acquisiti, andrebbero attenuati e finanche rimossi. Ciò per dire che gli incentivi fiscali incoraggiano certo, ma non sono risolutivi per uno stato di cose che va stabilizzato e ampliato: avere un lavoro e poter offrire lavoro non deve essere un’eccezione, ma la regola. Di questo devono convincersi Renzi e company per fare scelte forse difficili, ma necessarie. E cominciare dal togliere certi iniqui balzelli sul lavoro potrebbe essere un buon inizio.

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