Il piacere dell’onestà

Ci sono voci che in un’economia di mercato non hanno valore, o quanto meno non risultano immediatamente monetizzabili, né sono includibili in un paniere Istat. E forse non per questo, anzi soprattutto appunto per tale ragione, non è detto che non abbiano valore per l’economia di un Paese e per il bilancio di un’impresa. C’è chi la chiama questione morale, chi la definisce corruzione, chi ruberia diffusa, il fatto è che l’anteporre i propri interessi personali – tendenzialmente pecuniari – a quelli generali in ambito istituzionale (politici e funzionari dello Stato), imprenditoriale (amministratori e manager) e finanziario (banchieri) ha una portata che va ben oltre il valore di Pil e spread. E questa lunga crisi che scuote dalle fondamenta l’impalcatura produttiva del Paese, sta scoperchiando più di ogni altro evento i mali che la disonestà diffusa hanno provocato alla società civile.

Il piacere dell’onestà

Dico questo convinto come sono che la stragrande maggioranza degli imprenditori sia corretta, come lo sono i banchieri (e qualcuno mi perdonerà se non me la sento di mettere altrettanto la mano sul fuoco per la maggioranza dei politici…), come lo è la maggior parte di quegli italiani che non chiedono pensioni d’invalidità pur essendo sani, non pretendono sovvenzioni pubbliche senza averne diritto, e soprattutto pagano le tasse. L’80% dell’Italia (e il mio è un dato spannometrico, quindi prendetelo con beneficio d’inventario) è sana. Ma quel 20% che, in un modo o nell’altro, è riuscita a venire a patti con la propria coscienza ci sta – perdonatemi la rozzezza – fottendo tutti.
Rimanendo nell’ambito a noi più congeniale, vi siete mai chiesti se è un caso che nei Paesi in cui l’infedeltà di un dipendente o di un manager piuttosto che l’inadempienza di un fornitore vengono perseguite più pesantemente (e tempestivamente) le aziende hanno tempo e modo di farsi più robuste e più grandi? Vi siete mai chiesti perché da noi proliferano soprattutto le aziende a conduzione familiare (dove la fiducia tra i membri è d’obbligo) mentre i manager – a torto o a ragione – devono faticare il doppio dei loro colleghi stranieri per conquistarsi credibilità? Vi siete mai chiesti perché spesso a un manager (il che vale anche per altre categorie) più qualificato si preferisca tendenzialmente uno più conosciuto? È tempo di tornare ai fondamentali, perché la proverbiale furbizia italica ci ha fatto un pessimo servizio all’estero , rendendo i potenziali partner più guardinghi nei nostri confronti, mentre all’interno ci ha resi più insicuri e vulnerabili , facendoci fare strame della meritocrazia. Forse dovevamo subire lo shock della chiusura di migliaia di aziende, con una folla disperante di dipendenti e dirigenti a spasso, per renderci drammaticamente conto del fatto che è giunto il tempo di farsi adulti, un’età in cui non si può più fare del furbo un eroe. «È molto più facile essere un eroe che un galantuomo», faceva dire Luigi Pirandello nel 1917 a uno dei protagonisti ne Il piacere dell’onestà , «eroi si può essere una volta tanto; galantuomo, si dev’essere sempre».

Per saperne di più

L'editoriale

Il punto di vista del direttore di Business People , Vito Sinopoli

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