Imprenditori nuovi monaci

Nelle scorse settimane, facevo una riflessione dopo essermi sorbito l’ennesimo dibattito sulla riforma del lavoro voluta dalla ministra Fornero. Ed è una riflessione che a qualcuno, e mi scuso in anticipo se sarà così, potrebbe risultare irriverente, ma non lo è. La mia riflessione verteva sul fatto che, e ciò si è visto plasticamente col terremoto in Emilia, ormai le aziende vanno considerate alla stregua delle abbazie medievali in virtù di quelli che venivano definiti gli “uffici” che in esse e intorno a esse si svolgevano, da quelli spirituali a quelli economici, passando per quelli culturali e politici a quelli sanitari.

Elsa Fornero © GettyImages

Il monastero era il centro vitale che promanava intorno a sé benessere e sviluppo. E cos’è se non anche questo oggi un’azienda per il territorio in cui si insedia? Cosa sono se non una sorta di moderni (mi si conceda l’azzardo…) monaci gli imprenditori che si assumono la responsabilità di procurare risorse non solo per se stessi e le proprie famiglie, ma si fanno pure carico del benessere dei propri dipendenti, prodigandosi perché la nave su cui tutti si trovano non vada a schiantarsi sugli scogli? Sbaglia chi pensa che la mia sia facile retorica. La verità è piuttosto che la crisi profonda in cui versa il Paese ci consente di distinguere meglio i fondamentali. E la riforma della ministra Fornero, per voler tornare al mio riferimento di partenza, dei fondamentali in materia di lavoro e di impresa non pare aver tenuto conto. Perché non accenna a risolvere il problema della disoccupazione giovanile (ormai oltre il 36%); inoltre, aumentando i contributi temporanei Aspi, promuovendo la presunzione di parasubordinato per le partite Iva, irrigidendo le tipologie dei “Progetti” ha reso la flessibilità in entrata più costosa per le aziende; di contro, la flessibilità in uscita – il fantomatico articolo 18 –, quando e se fattibile, rimane estremamente complessa. Il saldo netto per le aziende si rivela profondamente negativo. Si poteva fare certamente di più, quanto meno di meglio. Il che non è stato. Su più fronti. Murando la flessibilità in uscita, si è chiusa quella in entrata: nessun imprenditore si sente così sicuro del proprio business da azzardare assunzioni ed è scoraggiato a ricorrere anche ai lavoratori atipici. Invece, si poteva ridurre l’incertezza sui tempi e sui costi dei licenziamenti, e si sarebbero dovute creare tutele progressive verso la stabilizzazione di parasubordinati e temporanei, magari azzardando sgravi del 50% dei contributi per tre anni: lo Stato avrebbe contato da subito su entrate extra, suscettibili di raddoppiare dopo il triennio. In più, immettendo una maggiore liquidità in circolazione, visto che gli stabilizzati sarebbero più propensi a spendere, si ridarebbe linfa ai consumi. Così facendo, il rischio che, in alternativa, mi sembra di scorgere, è di continuare a vedere ampi spazi di vuoto e di frustrazione formarsi intorno (così come accadeva un tempo con i monasteri) alle aziende in chiusura. Certo, la mia può apparire una ricetta fin troppo elementare, quasi banale (so per certo condivisa da molti), ma non è proprio la semplicità la virtù – rifuggita a quanto pare da tecnici e politici – che, come noto agli imprenditori, meglio racchiude lo spirito di ogni buona idea di business?

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