L'importanza di essere manager

Si è fatta difficile, ardua, la vita dei manager ai tempi della crisi. Non tanto e non solo per la connaturata precarietà che contraddistingue il ruolo, che non beneficia (e ci mancherebbe…) di articoli 18 e reintegri forzati. Ma la notizia di ben 100 mila dirigenti a spasso dal 2008 al 2011 (una media di uno su cinque) è un dato che va interpretato in un’ottica più ampia, in quanto non si tratta di una mera − si fa per dire − perdita di forza lavoro, bensì del venir meno della capacità delle aziende di creare business. Incapacità che deriva e si somma alle difficoltà che hanno oggi gli imprenditori a procurarsi la liquidità da investire per sostenere, diversificare e rafforzare le proprie attività. Sul mercato interno come su quello internazionale.

Manager

Tuttavia, se c’è un assunto, ce lo si perdoni “positivo”, che si evince dalla disperata sequenza di suicidi che sta costellando le cronache degli ultimi mesi, è l’aver fatto capire che tra chi fonda un’azienda, chi la dirige o chi ci lavora non c’è molta differenza: sono tutti animati dalla stesso obiettivo e dagli stessi interessi, ecco perché troppo spesso – purtroppo – si lasciano prendere dalla medesima angoscia quando vedono apporre i sigilli a cantieri, capannoni, fabbriche o uffici in cui insieme hanno lavorato per anni. Certo, per chi fa o chi gestisce un’impresa questo è un punto di vista assodato, persino banale, ma non lo è per la pubblica opinione, influenzata dalla pressione mediatica che li descrive spesso come parte del problema, in quanto percettori di compensi esagerati, bonus ed extra bonus immeritati. Il che a volte è vero, in particolare nel caso di aziende statali e parastatali.Per il resto si sottovaluta, quando non si tace del tutto, il ruolo di chi − soprattutto in un momento delicato come l’attuale − ha l’enorme responsabilità di condurre una qualsiasi azienda, dovendo esprimere una guida salda, capace di analizzare e fare di conseguenza le scelte appropriate, mettendo in moto energie interne in grado di individuare soluzioni innovative per approcciare nuovi prodotti e nuovi mercati. E per ultimo, ma non da ultimo, assicurare salari e stipendi a chi lavora per e con lui.
Certo, ciò non ci esime dall’ammettere che esistono anche manager poco competenti e altri che hanno a cuore più la loro personale affermazione che le sorti dell’azienda e del suo patrimonio professionale e umano. Ma va aggiunto che, anche in virtù dell’attuale congiuntura, i tempi per certi dirigenti improvvisati stanno volgendo al termine, mentre la stragrande maggioranza della categoria – temprata ulteriormente dagli ultimi tre lunghi anni di crisi – ha ancora più voglia di ricostruire il proprio business come il Paese. Quindi, non demoralizziamoli e – soprattutto – non demoralizziamoci…

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