La sfida è eco-nomica

Se un’azienda è al verde, è un male. Se un’azienda è verde, è un bene. Mai colore fu altrettanto efficace nell’indicare gli opposti... Anche perché la green economy negli ultimi anni è riuscita a esprimere varie gradazioni, che sfumano dalla produzione semplicemente naturale a quella biologica, includendo in questo range un’ampia gamma di soluzioni che coinvolgono l’energia e la meccanica, la chimica e l’edilizia, il tessile come l’alimentare. Proprio a questa sorta di nozze alchemiche che sposano la tecnologia all’attenzione per l’ambiente, è dedicato questo numero di Business People , dove si parla di come in più settori ci si stia muovendo – seppur a fatica – verso un rinnovato concetto di ecosostenibilità. Tutti contesti dove appunto la tecnologia non insidia più l’aria che respiriamo e il cibo che mangiamo nonché l’habitat in cui viviamo, bensì ne è alleata.

Green life

Va detto che, soprattutto negli ultimi cinque anni, il comparto ha via via perso quell’aura di anticonformismo, quasi di esercizio alternativo destinato a una sparuta cerchia di adepti politically correct, per poter aspirare a diventare un vero e proprio processo industriale in grado di pervadere tutti gli ambiti produttivi e distributivi. Ma cosa fare, in una congiuntura in cui la crisi col suo carico di tagli e ottimizzazioni sta imponendo a individui e aziende drastici cambi di rotta, per giocarsi al meglio questa opportunità? Sotto il profilo empirico si insiste molto sull’efficienza energetica e sulla parallela espansione delle energie rinnovabili, come sullo sviluppo del riciclo e delle certificazioni ecologiche, includendo una messa a punto di politiche e normative ambientali di qualità europea. A tal fine, c’è chi parla di promuovere le esportazioni attraverso la creazione di un “Green Tech made in Europe”; piuttosto che favorire il rafforzamento delle dimensioni delle imprese per evitare la frammentazione delle iniziative e la dispersione delle competenze, creando anche una presa di posizione unitaria in ambito internazionale per promuovere – attraverso un’apposita tassazione sulle importazioni – una maggiore compensazione tra l’Europa e i Paesi che sostengono costi inferiori in termini di emissioni di CO2. Sotto il profilo strategico, invece, occorre mutare prospettiva, perché nel tempo gli sforzi e gli investimenti spesi oggi per produrre in maniera più sostenibile, se preservati nel tempo, costituiscono un’opportunità che l’azienda dà a se stessa e ai propri partner. La sfida che occorre cogliere va ben oltre il consuntivo trimestrale, semestrale o annuale dei bilanci: ha a che fare col futuro dei singoli, delle comunità e dell’economia del nostro Paese, come del nostro Continente, e del mondo intero. Capisco che – così dicendo – si rischia di cadere nella facile retorica, ma alzi la mano chi, leggendo sul giornale o ascoltando in Tv o alla radio le notizie delle crescenti emissioni nocive nell’atmosfera piuttosto che di certe sostanze pericolose utilizzate nei processi industriali (Ilva docet) come da certa agricoltura, non è attraversato dall’idea che ci stiamo fregando con le nostre stesse mani? Eppure ecologia ed economia hanno una matrice comune… com’è che – tafazzianamente – riusciamo a trasformarle da alleate naturali in avversarie?

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