La vera responsabilità sociale

Siamo il Paese con il maggiore carico fiscale sul lavoro in Europa. Eurostat ha calcolato, infatti, che le tasse e i contributi sociali raggiungono il 44% del costo del lavoro, contro una media europea inferiore di quasi dieci punti percentuali (34,3%). Peccato che a una simile imposizione non corrisponda un maggiore valore attribuito ai dipendenti. Molte, moltissime aziende parlano di responsabilità sociale. E realizzano progetti che spaziano dalla sostenibilità ambientale alla charity. Poche purtroppo mettono le persone realmente al centro del proprio operare, coinvolgendo i dipendenti nelle decisioni, responsabilizzandoli per il proprio operato e ponendoli nelle condizioni di poter esprimere tutto il loro potenziale (e quando proprio è necessario licenziare, aiutandoli a trovare una nuova occupazione). Far ruotare l’organizzazione intorno alle risorse umane permette di ricordarsi che gli affari si fanno in due, svincolarsi dalla schiavitù nei confronti dei risultati di Borsa e degli azionisti di riferimento e guardare oltre. Di conseguenza l’orizzonte del business si sposta dal breve e medio periodo al lungo e situazioni apparentemente “senza via d’uscita” vengono interpretate e vissute in modo completamente diverso.
Basta che pochi manager e imprenditori inizino a cambiare il loro modo di vedere e interpretare la responsabilità sociale, perché si avvii la ricostruzione del tessuto economico del nostro Paese. La coscienza individuale è l’unica possibilità di ripresa quando la finanza creativa prende il posto dell’economia reale e l’iniziativa di “scaltri” manager e imprenditori soppianta le regole. Solo in questo modo, una volta superata la difficile congiuntura attuale, è possibile ripartire con un approccio più sano.

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