Legge di in-Stabilità

Anche se al momento di andare in stampa non è stato ancora approvato un testo definitivo, dato che, come ha avuto modo di sibilare tra i denti il presidente di Confindustria Squinzi, «sono probabili altre porcate», va detto che su una cosa non si può non concordare: a meno di improbabili radicali riscritture dell’ultim’ora, non esiste presupposto alcuno perché la legge di Stabilità del governo Letta diventi qualcosa di minimamente potabile per il sostegno alle aziende e all’economia di questo Paese. È un aborto, un nulla di fatto, che serve a riproporre il solito gioco delle quattro carte, dove a vincere non è neanche come al solito il banco, ma si perde un po’ tutti. In primis il Paese. Della barzelletta dei 100 euro annui di taglio al cuneo fiscale è già stato detto tutto, per non parlare della diminuzione triennale dell’1% del carico fiscale. Uno scialo… Si è arretrati lì dove invece si doveva intervenire a fondo: in Italia il costo del lavoro è cresciuto del 9% negli ultimi anni contro il 2% della media europea, producendo una differenza dell’11% e un cuneo fiscale al 53%. Hai voglia a competere con una situazione simile sui mercati internazionali e interni, qualsiasi prodotto estero diventa oggettivamente più conveniente per le tasche dei consumatori nostrani, prostrati da tasse sempre più esose (salvo i soliti furbi che tengono a caldo redditi in nero per almeno 150 mld di euro) e da una disoccupazione galoppante!

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Dal 2008 hanno chiuso migliaia di aziende. E nessuno si rende conto che, se vien meno il gettito delle attività private, lo Stato salta

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Da più parti si invocavano tagli nell’ordine del 2-3% degli oltre 800 mld di spesa pubblica, che nella manovra si sono ridotti ai 3,5 mld nel 2014… Ma stiamo scherzando? Dov’è il colpo di reni di un Paese malato economicamente (la Spagna proprio in questi giorni è uscita dalla fase recessiva, mentre noi rimaniamo all’inferno in compagnia della disastrata Grecia) e affetto da una politica a tratti corrotta, altri incapace se non priva di una visione non dico di lungo ma almeno di medio periodo? Dal 2008 al 2013 hanno chiuso – senza colpo ferire – circa 13 mila aziende. E nessuno che si renda conto che se viene meno il gettito delle attività private lo Stato salta; e che quindi, ancor prima di salvare i dipendenti e i servizi pubblici, bisogna consentire ai privati di lavorare al meglio per poter essere competitivi. Con un mercato del lavoro così ingessato, poco chiaro nella regolamentazione ed esoso, nessuna economia – neanche la più promettente – può lontanamente sognarsi di recuperare il terreno perduto. Figurarsi quella italiana. Non avevamo bisogno di una Finanziaria che ci mettesse (solo) al sicuro dalle critiche della signora Merkel, bensì di un’onda d’urto tale da rompere certi schemi ed equilibri per recuperare su un Pil che negli ultimi anni è sceso del 9%, quando tale manovra – nella migliore delle ipotesi – ci farebbe recuperare solo un punto. In più, a mancare all’appello è una rivisitazione più equilibrata del prelievo sulle rendite finanziarie, attualmente tassate esattamente la metà rispetto alle aliquote che gravano sul lavoro.

 

Quindi, a chi si rassegna nel dire che l’attuale legge di Stabilità sia la migliore possibile per un governo di larghe intese, vien da rispondere che grazie a essa a rimanere stabili saranno unicamente gli equilibri interni all’esecutivo, mentre i redditi delle famiglie e i bilanci aziendali sono destinati a subire ulteriori instabilità. Siamo seri!

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