Merkel, Sarkozy, Cameron e noi

Il premier inglese David Cameron ha presentato alla Gran Bretagna un programma di tagli mai visto prima: 94 miliardi di euro di spesa pubblica in meno uniti a una riduzione di 500 mila unità tra i dipendenti pubblici. Questa misura segue quelle, altrettanto colossali, di Germania e Francia. Se tre dei maggiori Paesi dell’Unione hanno imboccato la strada dei tagli alla spesa pubblica, l’Italia dovrebbe chiedersi se il suo governo sta sbagliando qualche cosa, visto che da noi i tagli sono stati del tutto marginali. La risposta che questo governo ha dato (e sta dando) alla crisi sembra ispirata all’adagio “wait and see”: aspettiamo e vediamo. Non sembra questa la soluzione migliore. Di riforma delle pensioni non se ne parla (si dice che non è necessaria); i tagli ci sono stati, ma lineari, cioè senza individuare le priorità del Paese, e poco incisivi; gli sprechi trionfano in una pubblica amministrazione che, ci era stato promesso, doveva essere riformata, modernizzata, “efficientata”. L’elenco potrebbe continuare, ma è chiaro che da noi spazi per tagliare sprechi e spesa improduttiva sono ancora enormi, basti pensare ai risparmi che si possono ottenere dalla sola abolizione (o accorpamento, come è scritto nel programma di governo) delle province. Così come è enorme la quantità di denaro non speso dei fondi europei: l’unica riserva di liquidità che il Paese potrà usare nei prossimi anni. In questo senso è giusta la richiesta della Confindustria di co-gestire (per usare il sindacalese) i fondi europei insieme con i governatori delle regioni del Sud ma, anche da parte degli imprenditori, oltre che, naturalmente, del governo, serve una chiara indicazione delle aree nelle quali occorre investire, e questi obiettivi strategici devono essere perseguiti con tenacia e continuità abbandonando per sempre la politica degli aiuti “una tantum”, invocata dagli imprenditori meno seri, che ha distrutto valore e sprecato risorse. Ma fino a quando non si deciderà di intaccare quelle sacche di spesa inutile che zavorrano il Paese non si potrà impostare una seria politica di sviluppo a favore, anche, delle generazioni future. Alle quali consegneremo un Paese che ha “aspettato e visto”, ma che non ha né tagliato né riformato.

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