Oltre l'indignazione

Io non voglio che l’Italia fallisca. E per evitarlo sono disposto a mettere da parte l’indignazione verso chi ha portato il Paese fin sul limitare del burrone. Sono anche pronto a dimenticare le tante promesse mai realizzate. E rinuncio pure alla tremenda voglia che mi assale di dire la mia il prima possibile attraverso la scheda elettorale. Metto da parte tutto, e la cosa mi costa moltissimo, in nome di un bene molto più grande della mia indignazione (e, permettetemi, del mio spavento).

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E questo qualcosa che è molto più grande della mia rabbia si chiama benessere del Paese. Benessere che consiste nel mantenere la sovranità democratica e politica nazionale, la quale, paradossalmente, verrebbe messa in pericolo proprio dall’esercizio di essa. La democrazia e la sovranità politica, nella situazione in cui si è venuta a trovare l’Italia a metà ottobre, è difesa più da un governo tecnico sostenuto da tutte le forze parlamentari che da nuove elezioni. E questo per il semplice motivo che entro i primi mesi del 2012 l’Italia deve trovare qualcuno in giro per il mondo che compri oltre 200 miliardi di euro di titoli di Stato, e se non trovasse nessuno disposto a rischiare i risparmi dei propri clienti sull’Italia, il Paese non avrebbe più i soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, non più un soldo per le pensioni e nemmeno per avviare politiche di rilancio dell’economia. La questione, ai miei occhi, è molto semplice ed è tutta qui.
La sovranità politica l’Italia se l’è fumata quando, nel giro di non più di 30 anni, ha accumulato un debito pubblico di 1.900 miliardi di euro senza rendersi conto che sarebbe arrivato il momento in cui non sarebbe più stata in grado di ripagarlo. La nostra democrazia è stata messa a rischio da quei governi che hanno fatto i democratici con i soldi degli italiani e che invece di avere come stella polare il loro benessere, si sono autoproclamati difensori delle istituzioni che stavano distruggendo con le loro leggi di spesa, utili solo a comprare consenso. Ora è troppo tardi per gridare alla fine della democrazia. Cerchiamo di salvare il salvabile, poi ne riparliamo della democrazia . E non sarà piacevole: dopo la cura da cavallo che il governo “tecnico” guidato come un joystick dalla Bce imporrà al Paese, le prossime elezioni saranno il festival della rabbia.

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