“Padroni” a chi?

Padroni-in-fuga-Espresso

Ricomincia l’autunno e s’impongono delle riflessioni. Su cos’è diventato questo Paese e su quello che avrebbe potuto e potrebbe ancora essere se solo… Ecco perché mi viene spontaneo condividere con voi la riflessione che mi è sorta scorgendo, l’agosto scorso, la copertina del settimanale l ’Espresso che vedete pubblicata a margine. «Padroni in fuga», strilla, «Gli Agnelli investono negli Usa. I Pesenti vendono ai tedeschi. Pirelli diventa cinese. Le famiglie storiche del capitalismo italiano se ne vanno. E il Paese perde la sfida della competizione globale».

Ebbene, senza con questo voler difendere nello specifico gli – spesso indifendibili – Agnelli, Pirelli e Pesenti, a me quel termine “padroni” per indicare spannometricamente e a prescindere la categoria degli imprenditori sta solennemente sulle scatole. Capisco le semplificazioni giornalistiche, ma a tutto c’è un limite, soprattutto nella condizione in cui versa la nostra economia. Non a caso, più intelligentemente del titolista e del direttore che quel titolo ha autorizzato, l’autore Vittorio Malagutti non li definisce mai tali nel testo interno (anche se il tono con cui vengono apostrofati, quello è), ma ormai la frittata è fatta, perché l’equazione imprenditore = profittatore viene ormai data per assodata a beneficio dei lettori del settimanale, di proprietà invece (come immagino) di un “non-padrone”, bensì “capitano coraggioso” che risponde al nome di Carlo De Benedetti...

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Quando si riconoscerà che le multinazionali
portano lavoro, sviluppo e innovazione
nel nostro Paese superando i limiti
che zavorrano le imprese italiane?

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Cosa ci sia poi di riprovevole nel fatto che un imprenditore decida di vendere la propria azienda ad acquirenti esteri volendo darle una dimensione internazionale e renderla competitiva, o perché ha ricevuto la classica offerta che non si può rifiutare o piuttosto solo perché ha deciso di cambiare vita, devo ancora capirlo. Non si tratta di basilari regole di mercato nonché di libero arbitrio? Cosa ispira questo furore autarchico e moralista che pretenderebbe che un italiano debba vendere solo ed esclusivamente a un altro italiano? E se non si trova un acquirente tricolore, un’azienda (con tutti i suoi posti di lavoro) deve per forza essere lasciata morire di consunzione? A quando, piuttosto, un riconoscimento per quelle multinazionali che per quanto “straniere” portano lavoro, sviluppo e innovazione nel nostro Paese? A quando una copertina che denunci tutte le componenti storiche, politiche, culturali e strategiche che non consentono alle aziende italiane di crescere e ampliarsi come quelle straniere? Tra cui inserirei, non da ultimo, il presupposto – comune a certa cultura sindacalista e vetero-comunista – che guarda con sospetto qualsiasi datore di lavoro, la quale è lo stesso brodo di coltura dove matura quell’avversione masochistica e piccolo-borghese che fa puntare il dito verso la ricchezza e il successo.

Già, perché il disprezzo che traspare dalla parola “padroni” la dice lunga su quanto non è stato fatto, consapevolmente, in Italia per valorizzare un soggetto come le aziende che consente l’esercizio di un diritto (quello al lavoro) enunciato nel primo articolo della nostra Carta costituzionale. E per valorizzarle, non intendo nello specifico la necessità di finanziarle, quanto il fatto che non si sia voluto creare intorno a esse un habitat giuridico e normativo favorevole alle loro nascita e crescita. Per tutte queste ragioni e non solo, pur se a qualcuno sembrerà poco, mi sembra importante iniziare la stagione cominciando a chiamare le cose col loro vero nome.

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