Più banchieri e meno bancari

Ci sono problemi che tutti conoscono, di cui tutti dibattono fino allo sfinimento, su cui tutti hanno in tasca una loro soluzione, ma su cui quasi nessuno pare avere la necessaria lucidità – forse buonsenso, magari coraggio – per intervenire. Eppure si tratta di questioni importanti, vitali. Stiamo parlando dell’evasione fiscale come del credito alle imprese. In un Paese in cui la pressione fiscale è salita al 45,7%, dove dal 1° ottobre l’Iva schizzerà al 23% (pur se c’è chi sussurra che con un colpo di mano il governo dei tecnici potrebbe portarla addirittura al 25%), non è altrimenti tollerabile la mole di evasori fiscali, parziali e totali, che ci siamo concessi fino a oggi: pari a 180 miliardi di euro solo nel 2009. Perché le solite famiglie che pagano le tasse anche per gli “insoliti” furbi a cinque stelle hanno ormai ridotto all’osso la loro capacità di spesa, con crolli verticali sul mercato interno.

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Basti solo dire che a gennaio il fatturato industriale ha fatto segnare un -4,4% annuo e gli ordini un -5,6%. Siamo in recessione, e si vede . Lo verificano soprattutto le imprese in deficit di ricavi e di liquidità. Con una contrazione complessiva relativa all’accesso al credito bancario pari a circa 20 miliardi di euro. E a patirne sono soprattutto le pmi. Ovvero le realtà meno attrezzate, ma anche quelle più essenziali – costituendo la trama occupazionale del Paese – per non fare tracollare definitivamente i consumi. Si calcola che nel 2011 il 25% delle imprese abbia fatto richiesta di finanziamenti, e che il 13% non abbia ottenuto quanto richiesto, e che le più fortunate abbiano comunque dovuto sobbarcarsi un aumento del costo medio di finanziamento di quattro decimi di punto.
Abbiamo un sistema bancario terrorizzato, quasi inebetito, dalla crisi , e che sembra aver smarrito ogni lungimiranza nel valorizzare il rischio di impresa in quanto elemento di sviluppo di un Paese in cui esso stesso opera e lucra. La verità è che non ci si può limitare (come invece il governo Monti ha loro lasciato fare) a girare i soldi della Bce, ottenuti all’1% di tasso, per acquistare i titoli di Stato, per definirsi un soggetto attivo, soprattutto all’interno di un’economia – come quella italiana e internazionale – in grave difficoltà. Per questo basta un giro-conto, è sufficiente un bancario anziché un banchiere. Ecco, volendo essere schematici, l’Italia ha bisogno di più banchieri e meno (con tutto il rispetto per la categoria) bancari. Di gente che conosca il territorio in cui opera e si renda conto che la floridezza economica di chi ci vive e ci lavora è elemento essenziale per la sua stessa sopravvivenza, facendo diventare tale assunto parte integrante del proprio ineludibile rischio d’impresa. Tutto il resto sono mere, inutili, superflue chiacchiere…

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