Più bene comune, meno interessi particolari

Non so a voi, ma a me la parola associazionismo piace. Anche se è un “ismo”, ovvero un termine legato alle ideologie e alle teorie che richiama riferimenti funesti. Mi piace perché è un’espressione densa di significati, e sono d’accordo con Italo Calvino quando, ne Il barone rampante, scriveva che «le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente s’ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone».

L’associazionismo nasce, quindi, a tutela del bene comune di una categoria o di un obiettivo generale. Tuttavia, non sempre mantiene quanto promesso. Vedi certe organizzazioni di categoria, economiche piuttosto che culturali, professionali e quant’altro, che in Italia hanno via via assunto dimensioni abnormi, non tanto per numero di iscritti quanto per la numerosità delle stesse che vengono fondate sempre più spesso a salvaguardia dei più disparati interessi particolari. In special modo di chi le crea, per dotarsi di un proprio centro di potere e influenza personale. Non a caso i partiti politici sono in assoluto una delle primarie forme di associazionismo. Così come lo sono i sindacati piuttosto che associazioni di rappresentanza come Confindustria, Confcommercio, Federconsumatori, tanto per citare degli esempi più macroscopici. Tant’è che oggi c’è chi si spinge a obiettare che l’associazionismo (beninteso, solo quello prevaricante) sia una delle cause del declino italiano, a ragione dei veti incrociati corporativi ed elettorali che riesce a innescare sulle attività di governo.

 

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L’associazionismo può fare ancora molto
se riuscirà a farsi portatore di richieste
che vanno a vantaggio dell’intera società

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Per intenderci, avete mai provato a contare la congerie di associazioni che si mette in moto ogni volta che si prova a prendere una minima decisione sulla scuola o la sanità, sulle liberalizzazioni (dai taxi alle farmacie) piuttosto che sulla riforma degli enti locali o del fisco? Diciamocelo pure, le associazioni sono corpi intermedi fondamentali per consentire al cittadino di fare arrivare le proprie istanze negli ambiti dei contesti decisionali, ma occorre che esse non disperdano il loro patrimonio di credibilità nei mille rivoli delle pretese corporative. Ecco perché oggi più che mai necessitano di una spinta federativa che proponga una sintesi positiva e soluzioni condivise per i singoli problemi del Paese. Ma per fare ciò è indispensabile anche che chi le rappresenta abbia una competenza e un’autorevolezza tali da moltiplicare il peso e il prestigio delle istanze ai tavoli istituzionali (basta con i presidenti improvvisati e interessati!). Così come occorre individuare poche e sane battaglie e combatterle fino in fondo.

Insomma, l’associazionismo può fare ancora molto se riuscirà a farsi portatore sano di richieste che alla fine non vanno a vantaggio solo di un singolo settore, ma dell’intera comunità. Ma deve avere il coraggio di volare più in alto e smetterla di difendere i propri interessi organizzati senza aver prima verificato quale reale compatibilità esse abbiano con le sorti dell’intero Paese.

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