Questione di reputazione

L’Italia ha conseguito un primato, Ferrero ha conquistato il vertice della classifica delle aziende con la migliore reputazione nel mondo, sovrastando dal gradino più alto del podio Ikea e Johnson & Johnson. Finalmente è il caso di dirlo un’eccellenza del made in Italy è stata premiata non per un singolo marchio o prodotto ma nella sua complessità. Sono sette, infatti, le dimensioni che sono state prese in considerazione per stilare il ranking: prodotto o servizio, innovazione, ambiente di lavoro, governance, responsabilità nei confronti dell’ambiente e della comunità locale, leadership e performance. Evidentemente variabili non comuni nelle imprese italiane, se il Reputation Institute ha inserito solo altre tre (su un totale di 200) realtà nella sua classifica: Eni, Coop Italia e Pirelli. Le ragioni di questa debacle sono molteplici. In alcuni contesti i problemi sono la ridotta attenzione per l’ambiente e la comunità locale, in altri la responsabilità sociale, in altri ancora l’innovazione. È il caso del mercato pubblicitario, dove l’anello debole è rappresentato proprio dai contenuti delle campagne, come ci raccontano i nostri intervistati in un’inchiesta sul tema della creatività. Difficilmente la mancanza è relativa al prodotto, dove il know how consolidato e le grandi competenze artigianali ci permettono di emergere. In questo senso il potenziale delle imprese italiane è elevato. Lo conferma la società di ricerca Millward Brown Delfo, che analizza insieme marca e dati finanziari.
Allora cosa ci manca? La reputazione è un patrimonio fondamentale, sul quale è necessario investire. Lo testimoniano le brillanti performance di Ferrero. Lo ha confermato Fiat, che è riuscita a realizzare i recenti accordi internazionali proprio grazie alla credibilità maturata nel corso del tempo. Perché, se il prodotto e il servizio sono un asset fondamentale, la reputazione è un fattore strategico indispensabile per crescere sui mercati nazionali e internazionali.

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