Risveglio di un Paese civile

Ci sono contraddizioni che danno il senso di quanto questo Paese abbia bisogno di essere ricostruito e reso più giusto. Leggevo nei giorni scorsi dei 159 tavoli di crisi attualmente aperti al ministero dello Sviluppo economico, che coinvolgono 120 mila lavoratori, e come l’anno scorso siano stati sottoscritti solo 62 accordi che hanno evitato “appena” 12 mila licenziamenti. Nulla da fare invece per le oltre 380 mila imprese, piccole e medie, che hanno chiuso lasciando migliaia di famiglie senza un reddito, impoverendo di fatto intere aree del nostro territorio. E mi rifiuto solo di immaginare come possano risolversi le vertenze Electrolux, Sgl Carbon, Telis, Ittierre, Alcatel, Micron, Ideal Standard, tanto per citarne alcune. Dall’altra parte, da maggio a settembre, ci apprestiamo ad assistere all’invereconda danza che accompagnerà l’alternarsi dei grandi boiardi di Stato ai vertici delle aziende pubbliche e semi-pubbliche, alcune strategiche per la nostra economia: dall’Enel all’Eni, passando per Poste, Finmeccanica, Terna e decine di altre. Ai quali, come riportano ormai quasi quotidianamente i quotidiani in un alternarsi di cifre che spesso sortisce solo l’effetto finale di anestetizzare l’indignazione di chi le legge, sono riconosciuti compensi fuori mercato, anche in assenza di una competenza specifica nel campo in cui sono chiamati a operare e a fronte di risultati miserrimi.

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Siamo alla vigilia dell’invereconda danza che accompagnerà l’alternarsi dei soliti boiardi ai vertici delle aziende pubbliche

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Mi chiedo e vi chiedo, a questo punto, come possa dirsi civile un Paese che non sa darsi una politica di intervento per arginare il primo fenomeno e sperpera colpevolmente le proprie risorse per foraggiare personaggi – non sempre di specchiata reputazione – nominati per mera intercessione politica. E, infatti, non lo siamo. Forse, non lo siamo mai stati. Oppure lo siamo meno di un tempo. Eppure abbiamo bisogno più dell’aria di tornare (o diventare?) a essere un Paese civile. Un Paese in cui per tutelare il lavoro si smetta di apparecchiare tavoli che si trasformano in veglie funebri, ma che abbia a cuore di costruire a monte intorno alle aziende, a tutte le aziende, un habitat favorevole a fornire ai cittadini la possibilità di assicurare un decente livello di benessere alle proprie famiglie. Un Paese in cui per fare amministrare le imprese di interesse pubblico, non ci si rivolga agli uffici di collocamento delle segreterie dei partiti ma si pesino i curricula, così come accade nelle nazioni limitrofe. In Francia questi super-manager provengono essenzialmente da istituti di eccellenza come l’École nationale d’administration o l’École polytechnique, in Germania bisogna aver fatto prima un’accurata gavetta in importanti cda, mentre in Inghilterra ci si rivolge ai cacciatori di teste. Scusate se è poco. E il gap diventa una voragine se si va a vedere quanto questi qualificati top manager stranieri siano pagati meno dei nostri medio-manager: il presidente delle nostre Poste guadagna il triplo dell’omologo inglese, e altrettanto avviene per l’amministratore delegato dell’Istituto Poligrafico, solo per fare due esempi tra i tanti. Che dire? Forse ha ragione chi dice che siamo un Paese senza speranza di redenzione, che avremmo bisogno di un dittatore illuminato per redimerci, ma personalmente la penso come Bernanos quando sosteneva che «la speranza è il rischio da correre», un sogno – lo definiva Aristotele – che però andrebbe fatto rigorosamente da svegli.

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