Sopravvivere di espedienti

In questi primi mesi di vita attiva dell’Expo di Milano, in cui le previsioni più funeste per l’esordio sono state scongiurate, e si attende l’exploit dei mesi a venire, quando frotte di stranieri – milioni di milioni – dovrebbero sciamare tra i padiglioni del sito, una considerazione sorge spontanea. E cioè che se è vero, com’è vero, che l’Esposizione starebbe movimentando l’economia lombarda, così come si aspettano sfracelli ancora maggiori per il territorio laziale dal prossimo Giubileo indetto da Papa Bergoglio per il 2016, con riflessi positivi sul – già di per sé risicato – pil dello zero-virgola e rotti, presi a loro volta a pretesto per avvalorare la sussistenza di una vera o presunta ripresina, è altrettanto vero che un Paese come l’Italia non può e non deve (anzi, non dovrebbe, visto che invece lo fa) ancorare le sue aspettative di crescita a degli eventi contingenti .

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Occorrerebbe sapere oggi
coma sarà l'Italia di domani

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Ditemi: si può che la cosiddetta settima potenza economica a livello mondiale si affidi a dei puri espedienti? Già, perché vien da chiedersi: e dopo, cosa ci inventeremo? Un carnevale di Rio lungo sei mesi in terra d’Abruzzo? Perché, battuta a parte, non so voi ma io ho come la sensazione che ci stiamo lasciando distrarre da reiterate occasioni fast food, trascurando che le aziende e il Paese hanno bisogno piuttosto di provvedimenti strutturati nel tempo e capaci di dare continuità al business. Con ciò non voglio sostenere che Expo e Giubileo siano iniziative inutili, ma circoscritte, intorno alle quali si generano enormi aspettative, in parte destinate a essere disattese, che lasciano in chi rimane a bocca asciutta scetticismo e cinismo nei confronti del futuro. Il che mi preoccupa non perché sia particolarmente interessato al benessere psicologico dei disillusi, quanto perché chi è sfiduciato non ha più l’interesse e l’energia per scommettere su di sé e sul Paese, di mettersi in gioco e di farcela, fregando alla fine se stesso e chi gli sta attorno. Che è un po’ quanto sta accadendo a molti imprenditori nonché a intere generazioni di giovani disoccupati.

Piuttosto occorrerebbe sapere oggi come sarà l’Italia di domani , di questo abbiamo bisogno noi che ci lavoriamo e gli eventuali investitori stranieri per valutare l’affidabilità del mercato. Non possiamo pensare che 80 euro a destra e una piccola parte del Tfr in busta paga a manca servano a ristrutturare la nostra economia… Il decisionismo del premier Renzi, per quanto meritorio perché smuove il pantano romano dalla logica dei veti incrociati, si è mosso a oggi nell’ambito di un Jobs Act dimezzato, della discussa modifica del sistema elettorale, della sacrosanta riforma della scuola, ha aggiunto qualche variazione sul tema della corruzione e dei reati ambientali, ma non ha ancora agito – ammesso che glielo lascino fare – sull’essenziale: una riforma fiscale che faccia pagare le tasse a chi non lo fa e le tagli decisamente a chi ne paga troppe, e una riforma della giustizia in grado di assicurare giudizi tempestivi e giusti nonché pene certe. Fino ad allora non potremmo definirci un Paese votato alla crescita e pienamente civile. Altro che espedienti!

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