Togliete il disturbo, per favore

S’intensificano da più fronti certi inequivocabili appelli alla volta degli imprenditori: «Finanziate le vostre aziende!», sostengono sostanzialmente all’unisono. Anche perché nel nostro Paese il capitale è svantaggiato fiscalmente rispetto al debito , e l’indebitamento elevato costituisce un segnale di pericolosa dipendenza dal sistema bancario, pertanto è indice di estrema vulnerabilità. Già, perché – comunque le si voglia intendere – le ondate di crisi che hanno coinvolto i mercati e l’economia del nostro Paese, hanno aperto uno squarcio su elementi nuovi, facendo vedere sotto una luce diversa contesti che adesso necessitano di differenti chiavi di lettura. Per esempio, una cosa che salta subito agli occhi è come la categoria abbia da sempre inteso il destino degli utili d’impresa, con una prima ala che ha sempre preferito spenderli in yacht e ville al mare, mentre un’altra ha puntato a rimetterli in azienda per farla crescere. Si tratta di due mondi a sé stanti, quasi due razze diverse, probabilmente nel primo caso – grosso modo – incarnata da “miracolati di famiglia”, nel secondo da imprenditori di prima generazione. Ovviamente, semplifico per comodità…
Ci sono poi quelli che diventano imprenditori per la semplice – per quanto rispettabile e condivisibile – aspirazione a voler fare tanti soldi, altri che invece inseguono un’idea, un progetto, a volte una passione, per i quali l’azienda rappresenta quasi un completamento della propria espressione personale, per cui i suoi problemi diventano automaticamente i problemi della loro stessa esistenza. Ci sono poi imprenditori che interpretano il loro ruolo in un’ottica più di gestione, come dire, amministrano l’esistente, mentre invece ci sono quelli per i quali il presente non basta, perché nel momento in cui lo si vive è già passato, per cui l’unico modo degno di affrontarlo è di progettare il futuro. Scommettere, innovare, rischiare sono i loro verbi d’elezione: una sorta di grande esercizio di fiducia in sé stessi, in quello che si fa e nelle persone con le quali lo si fa (i propri dipendenti).
Capisco che tali parole possano risultare retoriche a chi non è mai passato attraverso le forche caudine dell’imprenditoria, ma chi lo ha fatto sa di cosa parlo: di quella sorta di spinta adrenalinica che ti fa alzare la posta contro ogni pronostico o previsione, fidandoti del tuo istinto e delle potenzialità della tua impresa, la stessa che ti fa rivoluzionare il tuo prodotto per migliorarlo in vista delle sfide che lo attendono. Ed è la stessa che ti fa accogliere l’inevitabile insuccesso, senza farsi abbattere e facendo tesoro del proprio errore. Ecco, credo che questi oltre cinque anni di crisi perenne abbiano scavato un solco tra chi è un imprenditore, e chi fa solo l’imprenditore . Tra chi è vocato costituzionalmente e chi lo è diventato per scelta, a volte non tanto convinta e convincente, o per ripiego. Il primo sente in questa fase tutta la responsabilità e il peso del suo mandato, mentre il secondo “facente funzione” è irresoluto, non avendo ancora deciso se stare con l’Italia che ha voglia di farcela o con quella che si è rassegnata al declino. È come se non sapesse in quale squadra giocare, ignorando se ha ancora la voglia e la costanza di allenarsi il dovuto.
Ebbene, a tutti costoro che tentennano e non sanno ancora che pesci pigliare, mi sento di rivolgere un unico risoluto invito: uscite dal campo di gioco, per favore, perché così siete solo di intralcio agli altri.

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