Tutte le incognite del dopo-Profumo

L’uscita di scena di Alessandro Profumo senza che il consiglio d’amministrazione dell’Unicredit sapesse con chi sostituirlo è stato un fatto traumatico che avrà riflessi importanti non solo sul futuro della prima banca italiana, ma sulla vita economica del Paese.
Per il Paese il rischio più pericoloso è quello di un progressivo minore interesse della banca verso la realtà economica italiana fatta di piccole e medie imprese che devono essere seguite (ho detto seguite, non “aiutate”), finanziate e incentivate a investire e a internazionalizzarsi. C’è davvero questo rischio? Sì. La nuova dirigenza della banca potrebbe essere indotta a fare piazza pulita di quanto Profumo ha fatto negli ultimi anni (con alterne fortune, bisogna ammetterlo), in poche parole un non traumatico assorbimento dei problemi finanziari che la banca, come tutte le sue concorrenti, ancora non ha risolto. Potrebbe essere indotta, cioè, a fare emergere in modo drammatico tutto quello che in una grande banca internazionale non va, non è “performante” per dimostrare di essere gli uomini della provvidenza, quelli bravi, quelli che fanno pulizia, a differenza dei predecessori. Questo potrebbe provocare un restringimento della quantità di credito disponibile per il sostegno all’economia reale perché tutte le risorse dovranno essere dirottate verso la soluzione dei problemi interni. Abbiamo già visto questo film nel momento peggiore della crisi bancaria internazionale. E non è stato un bel periodo.
L’altro rischio è che la banca decida di ritirarsi da qualcuno dei 22 Paesi nei quali è presente e smetta di parlare qualcuna delle 18 lingue che i suoi 166 mila dipendenti parlano. Questo per abbassare il livello di rischio, evitare la fatica di risanare dove c’è da risanare e impegnarsi dove c’è da impegnarsi. E, d’altra parte, non vorremmo che la nuova prima fila della banca pensasse di recuperare redditività aumentando gli esuberi previsti da Profumo (4.700 persone in tre anni) per dimostrare ai mercati che la tensione verso la redditività, la performance, la creazione di valore per gli azionisti non è diminuita ma, anzi, aumentata. A fare le spese di questo atteggiamento sarebbero il tessuto industriale italiano, i dipendenti e il giusto slancio verso l’internazionalizzazione. Abbiamo già visto fare questo giochetto troppe volte per non essere preoccupati.
Ciò che la banca dovrebbe fare è, invece, pensare a lungo termine, sapere che i banchieri passano ma le industrie clienti restano (o vogliono restare), avere fiducia nella ripresa dell’economia, incentivarla, sostenerla e, ove possibile, addirittura guidarla. Presentare un piano industriale che preveda lacrime e sangue per tutti in nome del “dio Roe” (Return on equity) sarebbe accolto con lo champagne dalla borsa, dalle agenzie di rating e dagli analisti finanziari, ma non sarebbe questo il bene del Paese. Che, invece, ha bisogno di una banca internazionale che sappia pensare e agire localmente come una cassa di risparmio.
Ed è questo quello che ci aspettiamo dalla “nuova” Unicredit.

P.S. Ci sarebbe un ultimo rischio, quello che la banca possa essere attaccata da un soggetto straniero, magari salvato negli anni scorsi con soldi pubblici. Ma a questa possibilità preferisco non pensare nemmeno.

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