Pubblichiamo l’ultimo contributo di Lorenzo Guerriero a Business People. Il presidente di Manageritalia è mancato il 18 maggio scorso. Alla famiglia le condoglianze della redazione

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Negli ultimi tempi sono arrivate da più e autorevoli parti indicazioni ai giovani di abbassare le loro aspettative sia in termini di formazione che di scelta professionale. Un monito a non perdersi in inutili lauree e master ecc. Trovo tutto questo figlio della situazione di profonda crisi che il nostro Paese, la sua economia e società stanno attraversando.
Sia ben chiaro, in Italia abbiamo l’annoso e irrisolto problema di collegare formazione scolastica e mondo del lavoro molto meglio di quanto avvenga attualmente. C’è sicuramente bisogno che tutti gli attori (politica, istituzioni, scuole secondarie, università, aziende ecc.) dialoghino e sviluppino una vera sinergia per arrivare ad avere un capitale umano più preparato ad entrare nel mondo del lavoro con le competenze, le conoscenze e le esperienze che il mercato richiede. Ma da qui a dire di puntare soprattutto su diplomi tecnici, entrare nel mondo del lavoro e formarsi in azienda eccetera ce ne passa eccome. Tant’è che nella realtà proprio negli ultimi due anni di crisi gli occupati diplomati (+1,6%) e laureati (+0,8%) sono gli unici che aumentano, a fronte di un crollo di quelli con basso titolo di studio.
In effetti il nostro Paese soffre di una ormai decennale incapacità di creare opportunità professionali alte per i giovani e, al contempo, di continuare a offrirne a chi è già da tempo nel mondo del lavoro e ha accumulato competenze ed esperienze qualificate, indispensabili a un paese per crescere. Così accade che troppi giovani non trovano collocazioni adeguate ad ambizioni e studi fatti e i meno giovani, manager, professionisti e tecnici altamente qualificati, se espulsi dal processo produttivo faticano a ritrovare valide e corrispondenti opportunità. Negli ultimi due anni i dati dell’indagine sulle forze di lavoro Istat testimoniano tra gli occupati soprattutto un calo di dirigenti (-14,5%), imprenditori (-9,7%) e quadri (-4,5%).
Ma se questa è l’innegabile realtà dobbiamo chiederci: la colpa è di chi ha ambizioni o professionalità troppo alte o di un Paese, un’economia e una società, che stanno rinunciando a crescere, svilupparsi e competere ai livelli più alti?
Sono vent’anni che la nostra economia cresce a livelli bassissimi, molto inferiori ai nostri diretti concorrenti, che le nostre aziende, salvo poche ben note ed eccellenti realtà, perdono colpi sullo scenario competitivo globale. Tutto questo è innegabilmente dovuto a una profonda incapacità di essere e restare competitivi in alcuni settori tradizionali, ma soprattutto ad avere peso e voce in capitolo in settori nuovi e ad alto valore aggiunto. Il tutto accompagnato dalla perversa capacità di non sfruttare neppure i vantaggi competitivi che tanti ci invidiano (la cultura, il design, la moda, il turismo).
Insomma, vien quasi da pensare che si sia deciso di retrocedere tutti in serie B o C e quindi si agisca di conseguenza dotandoci di un livello qualitativo di “giocatori”, ma nella realtà lavoratori, più basso e più adatto a competere in questi campionati minori. E questo non perché non si abbiano lavoratori capaci di competere ai livelli più alti, ma perché non si sviluppa e supporta adeguatamente il loro talento con scuole (scuola, università), strutture sportive (infrastrutture ecc.), regole e possibilità di esprimersi (fisco, burocrazia, giustizia ecc.) all’altezza degli altri.
Tutto questo però nessuno lo ha detto esplicitamente agli italiani. Anzi sono del tutto all’oscuro e forse sarebbe ora che facessero sentire la loro voce non di tifosi, ma di cittadini e lavoratori che, sulla scelta del campionato in cui giocare, giocano la loro vita e quella dei loro figli.

Le opinioni

Gli ultimi contributi dell'ex presidente di Manageritalia, mancato il 18 maggio 2011. Oltre al suo lungo impegno nell'associazione, la collaborazione con Business People e la rubrica 'progetto manager'