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Negli ultimi tempi si è scatenata una corsa a contrastare la globalizzazione dell’economia. Un fenomeno rafforzatosi da quando, nel 2006, scoppiò la bolla immobiliare in Usa, culminata poi nella grande crisi bancaria ed economica del 2007-2008. Di recente, però, a fronte di un relativo peggioramento delle condizioni di parte della classe media dei Paesi occidentali, questo trend è stato cavalcato soprattutto da alcune forze politiche d’impronta nazionalista, che ne hanno fatto il vessillo delle proposte per contrastare la crisi. Trump è solo l’ultimo alfiere di questo fenomeno, di chi vuole risolvere i problemi chiudendo le frontiere.

Ma è giusto attribuire le colpe del peggioramento delle condizioni economiche alla globalizzazione? Siamo sicuri che limitando la circolazione di merci, servizi, persone e capitali risolveremmo il problema? Di fatto, il vorticoso aumento degli scambi e la suddivisione mondiale del lavoro hanno favorito la crescita dell’economia e del reddito pro capite, salvando nelle ultime tre decadi più di un miliardo e mezzo di persone dalla fame.

Allora forse la causa non sta tanto qui, quanto piuttosto nel non aver saputo gestire le aspettative politiche, nel non aver comunicato in modo adeguato che l’entrata in campo di Stati emergenti avrebbe comportato la necessità di migliorare rapidamente cultura, innovazione e produttività nei Paesi occidentali. Così, il passaggio da un modello basato sui vantaggi competitivi delle nazioni a quello delle imprese globali – attori primari di un’economia volta sfruttare al meglio avanzamenti tecnologici, aumenti di produttività e sviluppo di nuovi mercati – non è stato indolore per molte economie locali.

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LA CHIUSURA DELLE FRONTIERE

E IL RITORNO

A FORME AUTARCHICHE

PRODURREBBE EFFETTI

NEGATIVI PER TUTTI

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È proprio qui che bisognava vigilare e intervenire per gestire e attutire, come in tutte le rivoluzioni economiche, la violenza degli strappi e degli effetti innescati dai rapidi e continui cambiamenti in atto nella distribuzione delle risorse su base globale. Sarebbe stato necessario rafforzare le norme e gli organi di controllo sovrannazionali, ma i politici hanno spesso temuto di perdere potere e radicamento. Non hanno attuato misure per dare al sistema produttivo e ai lavoratori un ruolo ben definito; non hanno gestito, con un adeguato sistema di istruzione e welfare, i contraccolpi che hanno messo fuori mercato settori, imprese e intere generazioni di lavoratori.

La soluzione, però, non sta di certo nel tornare indietro, pena un impoverimento economico e sociale per tutti. La chiusura delle frontiere e il ritorno a forme autarchiche produrrebbe arretramenti negativi per tutti: minori per le grandi economie (come Stati Uniti e Cina), maggiori per le altre. Senza considerare che subiremmo una perdita del potere d’acquisto causata dall’aumento del prezzo di molti beni prodotti nei Paesi in via di sviluppo. Ecco perché dobbiamo contrastare la voglia di de-globalizzazione mettendo in campo misure utili a gestire l’evoluzione dei settori in modo più graduale, cercando di attutire gli svantaggi concentrati su particolari segmenti di popolazione.

Per fare questo serve che la politica torni a esplicare il suo ruolo di indirizzo, che i singoli Stati mollino la presa su aspetti ormai gestibili solo su base cooperativa e sovrannazionale. È da qui che dobbiamo ripartire. È questo che come cittadini e lavoratori dobbiamo pretendere da chi voglia proporsi per delineare e guidare il futuro. Ritornare agli Stati sovrani dell’800 e della prima parte del ‘900 è molto pericoloso. La competizione accesa tra nazioni ha sempre condotto a conflitti sanguinosi e allo stato attuale sarebbe impossibile impedire legittime aspirazioni di Paesi che stanno cominciando a uscire dalla povertà. Non possiamo che andare avanti, seppure gestendo e non subendo i fenomeni. Solo così il mondo continuerà a portare sviluppo e benessere a sempre più persone, migliorandoli anche per chi oggi rischi di perderli.

Le opinioni

Guido Carella è presidente di Manageritalia, la federazione nazionale dei dirigenti, quadri e professional di commercio, trasporti, turismo, servizi e terziario avanzato. L’associazione rappresenta in tutto il Paese circa 35.500 professionisti

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