Atac-Roma © iStock/DarthArt

In luglio sono balzate agli onori della cronaca le vicende di due manager: Bruno Rota , direttore generale di Atac, e Flavio Cattaneo , a.d. di Tim. Due storie diverse sotto varie sfaccettature, ma accomunate da un agire manageriale consono al ruolo.

Il dirigente deve guidare un’azienda secondo le strategie e le deleghe della proprietà, ma deve rispondere del suo agire anche a tutti gli stakeholder. A quei portatori di interessi oggi ancor più stratificati e diffusi, che sempre – ma ancor più nel caso di un’azienda pubblica (l’Atac) e di una privata impegnata in un settore di interesse nazionale – devono essere il vero faro di ogni manager.

Certo, per fare questi interessi si deve gestire bene un’azienda, non certo fare “chiasso” sui media . Ma se e quando questo ruolo essenziale viene disatteso – magari non per colpe personali ma perché ad altri non garba – si deve prendere posizione e trarne le conseguenze. Oltre alla perdita dell’incarico (che non a caso il Contratto dirigenti tutela sia in caso di dimissioni per giusta causa che di licenziamento non per giusta causa), a volte è anche necessario non stare zitto, per esercitare appieno quel ruolo, anche sociale, che un manager ha senza ombra di dubbio.

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Nel loro agire

i dirigenti devono

guidare l’azienda

secondo le strategie

e le deleghe

della proprietà,

ma devono rispondere

anche a tutti

gli stakeholder

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I due casi si possono riassumere così . Rota la scorsa primavera è stato nominato direttore dell’Atac con l’obiettivo di risanare un’azienda – così come fatto con la milanese Atm – con enormi debiti, problemi di personale e continui scioperi e disservizi. Non è riuscito a lavorare come avrebbe voluto e lo ha detto in un’intervista al Corriere della Sera  in cui ha descritto in termini molto duri la situazione disastrosa della società, definita «pesantemente compromessa e minata, in ogni possibilità di rilancio organizzativo e industriale». Per Cattaneo, invece, pare che la principale causa della rottura con Tim sia il fatto che la sua presenza non permettesse di stringere ulteriormente i rapporti con Vivendi, maggiore azionista della nostra azienda di Tlc, ma con meno di un quarto del capitale. Se questi due assunti sono veri, anche solo in parte, non capisco perché la discussione che ne è seguita si sia concentrata su altri aspetti – licenziamento o dimissioni, troppi soldi di buonuscita – piuttosto che parlare dei casi Atac e Telecom e del loro futuro, che ha tanto a che fare anche con il nostro.

Forse, fanno più comodo i “manager” – spesso mai tali per competenze, nominati per fedeltà da politici e/o azionisti – che escono con i soldi, ma senza aver concluso nulla o addirittura avendo fatto danni. Ma di persone così per fortuna ne abbiamo sempre meno. Tantissimi di quelli che conosco e rappresento fanno l’interesse di tutti. Certo, avranno azionisti e imprenditori diversi, ma soprattutto sono diversi loro. Sono dirigenti veri.

Le opinioni

Guido Carella è presidente di Manageritalia, la federazione nazionale dei dirigenti, quadri e professional di commercio, trasporti, turismo, servizi e terziario avanzato. L’associazione rappresenta in tutto il Paese circa 35.500 professionisti

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