Non c’è che dire, i dati sulla situazione economica sono impietosi. L’ultimo dato Eurostat sulla produzione industriale italiana di marzo spicca in negativo sia a livello annuo (-5,2% contro una media dell’Eurozona dell’1,7%), sia a livello mensile (-0,8% rispetto a febbraio, contro il +1% dell’Eurozona). Per non parlare della disoccupazione sempre in aumento. Allora dobbiamo cambiare strategia e tattica. Non basta più giocare in difesa. I conti li abbiamo messi a posto, abbiamo trovato o troveremo i soldi per chi sta peggio (cassaintegrati, esodati ecc.), stiamo mettendo in campo qualche iniziativa per smuovere le acque (per esempio, la staffetta tra senior e giovani). Ma questo non basta. O troviamo il modo di rientrare in gioco e cogliere la ripresa che sta interessando il mercato mondiale, o rischiamo di starne fuori per tanto tempo. Forse per sempre. Ma soprattutto rischiamo di non aver modo di rilanciare la nostra economia, riavviando quel percorso virtuoso fatto di aumento dell’export, dell’attività produttiva e quindi dell’occupazione, dei redditi e alla fine anche della domanda interna. Certo, è più facile a dirsi che a farsi, anche perché siamo zavorrati da antichi e nuovi problemi legati alla burocrazia e alla giustizia, che rallentano o bloccano l’attività e la vita sociale oltre che economica. Ma non si tratta solo di questo. Siamo come un’azienda in profonda crisi che deve decidere se chiudere oppure ristrutturare e vivere al meglio, ma con meno fatturato, occupati e prospettive, o ancora se ristrutturare e trovare nuova linfa competitiva in nuovi prodotti, business e mercati. Non penso ci siano dubbi: noi dobbiamo ristrutturare e ripartire per rilanciarci e creare sviluppo, facendo leva sui nostri punti di forza.
Allora serve una nuova filosofia: dobbiamo giocare all’attacco, non possiamo più giocare in difesa e sperare in qualche buon contropiede. Sono troppi i goal che dobbiamo recuperare. Dobbiamo gettare il cuore oltre l’ostacolo e ripartire con uno shock che ci rivitalizzi e ci dia la spinta per ricominciare davvero. Dobbiamo cambiare registro e giocare in modo nuovo, puntando sull’innovazione a 360 gradi. Ci occorre un sogno, e poi una strategia che lo renda tangibile e condivisibile per tutti gli italiani. Serve, inoltre, identificare uno o più fattori critici di successo da mettere in campo e sui quali costruire lo sviluppo futuro, o almeno dargli una direzione e avviarlo. Potrebbero essere turismo, cultura e paesaggio (lo diciamo e non lo facciamo mai). Potremmo aggiungere tutto o tanto di quello che è design, moda, alimentare. Ma perché non pensare a qualcosa nel campo delle energie alternative, della meccanica… E serve che lo shock sia immediato, per permettere comunque a chi ha idee e mezzi finanziari — ma non prospettive — di ricominciare a crederci e investire. Per esempio attraverso l’assunzione di lavoratori di ogni età con meno vincoli per i prossimi tre anni (naturalmente solo da parte di chi non ha licenziato e/ o licenzia quelli attuali), o promuovendo forti sgravi fiscali per chi investe, ma garantisce determinate condizioni di vario genere e utili al Paese. Insomma, occorre far ripartire il motore e far sì che chi dispone di tanta liquidità ed è in cerca di buone occasioni ritenga utile e profittevole investirne una parte su di noi. Infine ci vuole un leader, anzi ci vogliono tanti leader. In attesa di trovarne di buoni, con al seguito squadre vincenti, diamoci da fare tutti. Gli italiani si assumano la responsabilità del proprio futuro e tutti, nell’economia, nella società, in ogni dove, spingano per avere un sogno e tutto quanto serve perché possa diventare realtà. La squadra siamo noi. E allora cominciamo dalla squadra.
Le opinioni
Guido Carella, presidente Manageritalia (Federazione nazionale dirigenti, quadri e professional terziario privato)
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