Giovani: gap formazione più grave della disoccupazione

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Il problema della disoccupazione giovanile in Italia è enorme, ma lo è ancor più quello dello scarsissimo numero di ragazzi che raggiuge un elevato titolo di studio. Infatti, in un Paese evoluto la maggior parte dei giovani tra i 15 e i 24 anni, età nella quale oggi si misura poco utilmente la disoccupazione giovanile (42,4% a gennaio 2014 per l’Istat in Italia), dovrebbe frequentare le scuole superiori o l’università, più che essere alla ricerca di un lavoro che, comunque, oggi nel nostro Paese non c’è.
Secondo lo studio effettuato da AstraRicerche e Manageritalia , non è tanto o solo grave che il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) sia ormai da tempo in Italia sopra al 40%. Il vero problema – anche in ottica futura, per avere una forza lavoro formata e competente, come richiesto dalla moderna economia della conoscenza – è che il nostro tasso di formazione universitaria è da Terzo mondo. Solo il 21,7% dei nostri 30- 34enni è in possesso di una laurea, peraltro spesso poco funzionale alle attuali esigenze del mondo del lavoro. Siamo ultimi nell’Europa a 27 (media 35,8%) e ben lontani dai Paesi più virtuosi e nostri principali concorrenti (Regno Unito 47,1%; Francia 43,6%; Germania 31,9%).

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DOBBIAMO SMETTERLA DI DIRE AI RAGAZZI CHE NON SERVE STUDIARE E, ANZI, SPINGERLI SEMPRE PIÙ VERSO L’UNIVERSITÀ

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Allora, oltre a guardare al dito, la disoccupazione giovanile, dobbiamo guardare alla Luna, l’esiguo tasso di chi ha un’adeguata istruzione universitaria. E dobbiamo certamente lavorare per favorire l’occupazione giovanile, magari considerando giustamente quella più significativa dopo i 24 anni. Ma, soprattutto, dobbiamo lavorare per spingere i giovani a costruirsi una formazione elevata e consona alle necessità delle aziende. Certo, poi dobbiamo anche adoperarci perché questi giovani trovino un’economia e un mondo del lavoro capaci di accogliere e valorizzare formazione e competenza elevata. D’altronde, essere forti in settori e comparti ad alta tecnologia e conoscenza è l’unico modo per poter pensare di crescere e dare un futuro di occupazione e ricchezza a tutti gli italiani.
È da qui che dobbiamo ripartire e solo guardando subito al futuro in quest’ottica potremmo avere una vera visione e missione per riprenderci la crescita economica e sociale del Paese. Magari cominciando anche a dare i numeri a ragion veduta. Perché oggi di numeri, nel senso negativo del termine, se ne danno sin troppi e sragionando. Da quelli che ogni tanto leggiamo sui dirigenti, che avrebbero un bassissimo tasso di formazione universitaria (bufala bella e buona visto che è ampiamente superiore al 50% e in linea con i maggiori competitor), a quelli su un costo del lavoro esorbitante che, invece, è in linea con la media Ue; mentre quello che è enorme è il livello di tassazione sul lavoro e, quindi, sul reddito.
Allora, per risolvere i nostri problemi, dobbiamo leggere i numeri bene e soprattutto dobbiamo ripartire pensando di creare business che non puntino sul basso costo del lavoro, ma su un lavoro di qualità, che ci permetta di produrre elevato valore aggiunto e crescita. Così come dobbiamo smetterla di dire ai giovani che non serve studiare, ma farli studiare in numero maggiore sino all’università, perché lavoreremo per avere un’economia affamata di lavoro qualificato. Questo se vogliamo primeggiare nell’economia della conoscenza e non in quella della sussistenza. Ecco, direi che dobbiamo ripartire da qui.

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Progetto manager

Guido Carella è presidente di Manageritalia, la federazione nazionale dei dirigenti, quadri e professional di commercio, trasporti, turismo, servizi e terziario avanzato. L’associazione rappresenta in tutto il Paese circa 35.500 professionisti

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