I dirigenti italiani vanno forte all'estero

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Andare sui mercati esteri è oggi per un’azienda un vero must, ma lo sta diventando anche per i manager. E in questo genere di export gli italiani sono forti e apprezzati globalmente. Quelli che lavorano e vivono all’estero in pianta stabile sono ormai più di 10 mila e negli ultimi anni è in forte aumento il numero di quelli che intraprendono questa strada professionale.
Per questo abbiamo recentemente intervistato 447 manager espatriati attraverso un’indagine fatta via Web da AstraRicerche per Manageritalia e Kilpatrick Executive Search . L’avventura all’estero, che spesso può essere definitiva, si basa su alcune caratteristiche universalmente riconosciute. Siamo molto apprezzati per passione e impegno nel lavoro (54%), capacità relazionali (45%) e creatività (32%). Al contrario ci penalizzano : scarsa multiculturalità (56%), incapacità di staccarsi dai modelli aziendali/manageriali italiani (48%), eccessivo richiamo alle radici (42%).

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OLTRECONFINE SIAMO APPREZZATI PER LA PASSIONE E L’IMPEGNO SUL LAVORO, MA SCONTIAMO LA SCARSA MULTICULTURALITÀ

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Emerge chiaro e tondo, oltre alla pessima immagine attuale dell’Italia, che professionalmente fuori dal nostro Paese è “un altro lavorare”. C’è generalmente più meritocrazia in tutti gli ambiti (86%), è più facile fare carriera per merito e senza avere particolari conoscenze (79%) e, se anche si hanno, queste valgono e si usano in relazione al merito e all’esperienza delle persone (79%). Un altro mondo anche per le donne che hanno più possibilità di fare carriera per merito (68%), non sono discriminate sul lavoro (64%) e hanno più servizi per la famiglia e/ o condivisione dei carichi familiari (61%).
A riprova di quanto sopra, si nega che il mito dell’estero come Eden professionale sia tutta una montatura e i problemi siano alla fine gli stessi dell’Italia (69%). Oltreconfine poi, indipendentemente dallo Stato o continente di appartenenza degli intervistati, i manager sono ritenuti una componente importante della classe dirigente (96%), sono una delle professioni più ambite dai giovani (76%) e hanno ruolo e voce in capitolo nel definire le scelte economiche del Paese (65%). A questo si aggiunge che c’è una netta distinzione tra top manager della finanza e la generalità dei dirigenti (72%). A conferma di questo, sempre riferendosi al Paese estero dove vivono oggi, meno della metà (40%) afferma che i top manager hanno una pessima reputazione, mentre solo l’11% dice che i manager in generale abbiano un’immagine negativa presso la gente comune.
L’attrattività dell’Italia per i colletti bianchi esteri è discreta, poco meno della metà degli intervistati (45%) afferma che conosce manager stranieri disposti a venire a lavorare nella Penisola. Soprattutto perché l’Italia rimane sempre uno dei più bei Paesi al mondo (90%). Mentre molto scarso appare l’appeal professionale, pochissimi dicono che in Italia ci sono realtà aziendali interessanti (24%) e/o buone opportunità professionali (12%).
Invece dei manager, anche di quelli esteri o espatriati, abbiamo tanto bisogno. Perché quelli provenienti da oltreconfine porterebbero nel mondo del lavoro e nell’economia gli aspetti positivi appresi (66%), potrebbero guidare le aziende in modo vincente sui mercati esteri e cambiare il mondo del lavoro allineandolo a quello dei Paesi più avanzati (62%).
Insomma, per crescere dobbiamo diventare un Paese per manager in tutti i sensi.

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Progetto manager

Guido Carella è presidente di Manageritalia, la federazione nazionale dei dirigenti, quadri e professional di commercio, trasporti, turismo, servizi e terziario avanzato. L’associazione rappresenta in tutto il Paese circa 35.500 professionisti

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