I manager servono per ripartire

Alla fine di agosto ho trovato sui media un insolito interesse per la classe manageriale italiana. Di solito se ne parla poco e male, e sempre riguardo a pochi top manager o personaggi lontani dai manager veri. Anche in questo caso non se ne parlava bene: si diceva che abbiamo una classe manageriale con una percentuale molto superiore alla media europea di non laureati e molto inferiore nella fascia d’età più giovane, sino a 30 anni.
Quello che mi ha confortato è che pur parlando delle supposte mancanze della nostra classe manageriale, di fatto si evidenziava la forte necessità di averne una e di puntare su di essa. Non poco per un Paese come il nostro dove i manager sono da sempre per l’opinione pubblica più un oggetto sconosciuto o mal conosciuto.

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Veniamo al dunque. È vero, ma non nelle dimensioni drammatiche riportate sui media, che i manager italiani hanno mediamente un livello di istruzione minore di quello dei colleghi esteri. Parlando dei soli dirigenti privati in Italia oltre il 50% ha una laurea, dato non troppo lontano dal 60% o più riscontrabile in Usa e Germania. Soprattutto, è vero che la nostra classe manageriale è da sempre, ma ancora più negli ultimi anni, sottoposta a fenomeni che la stanno cambiando parecchio. Si pensi che tra i dirigenti privati ogni anno più del 20% cambia azienda e incarico, e oltre la metà di questi perde per sempre il ruolo dirigenziale. Questo a fronte di un’economia che ha un bassissimo tasso di managerialità (in Italia c’è un dirigente ogni cento lavoratori dipendenti contro i tre di Francia e Germania) e che da alcuni anni vede un brusco arresto della crescita dei manager e addirittura una loro diminuzione.

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Molti dirigenti non hanno spazio: se non intervengono gli imprenditori rischiamo una fuga di cervelli

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Quindi, il ricambio è continuo e nuove leve prendono il posto di manager più avanti con l’età. È però anche vero che troppi dirigenti una volta usciti e ancora professionalmente validi non trovano più incarichi di alcun tipo, con un forte danno per loro, per l’economia e per le tante pmi che ne hanno assoluto bisogno. A riprova della bontà della nostra classe manageriale, tanti manager italiani da tempo, ma ancor più negli ultimi anni, trovano sempre più spazio all’estero, dove sono apprezzati e fanno importanti carriere. Questo accade perché ormai l’esperienza all’estero è indispensabile per un valido sviluppo professionale. Ma anche perché, come ci conferma anche una nostra recente indagine sui manager espatriati, in Italia mancano valide opportunità professionali. Pensare a quanto avremmo bisogno che queste risorse tornassero per portare sempre più nostre aziende sui mercati globali. Insomma, la classe manageriale italiana, da sempre capace e brava a guidare in modo vincente le aziende quando le viene data la possibilità, deve avere maggiori spazi. Basti pensare che quelle poche migliaia di multinazionali tascabili che oggi nonostante la crisi si muovono in modo vincente sui mercati esteri e sostengono il nostro export, lo fanno anche e soprattutto grazie a un management al quale validi imprenditori hanno lasciato sempre più spazio. E dai risultati si direbbe a ragione.
Quindi, pur continuando a migliorare e a colmare eventuali lacune dei nostri manager (internazionalità, formazione ecc.), sulle quali anche noi che li rappresentiamo ci stiamo impegnando da anni con un centro di formazione contrattuale (Centro Formazione Management del Terziario), un modello di certificazione delle competenze e tanto altro, è tempo che il Paese punti davvero sui dirigenti.
Il vero problema è che in patria non hanno spazio e quindi anche qui rischiamo una fuga di cervelli senza ritorno. Ripartiamo da qui, dalla giusta pretesa di avere una classe manageriale all’altezza, ma anche da quella di avere una classe imprenditoriale che dia loro spazio e ruolo, per fare insieme l’impresa di rilanciare le aziende, l’economia e il Paese.

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Progetto manager

Guido Carella è presidente di Manageritalia, la federazione nazionale dei dirigenti, quadri e professional di commercio, trasporti, turismo, servizi e terziario avanzato. L’associazione rappresenta in tutto il Paese circa 35.500 professionisti

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