Il lavoro e i tempi che cambiano

In Italia il lavoro è un diritto costituzionale sancito dall’art. 1 e seguenti. Un anacronismo? Per nulla, anzi. La costituzione americana pone come diritto dei cittadini addirittura la felicità. Di fatto, la costituzione italiana afferma il valore del lavoro per esprimere capacità creativa, valorizzazione di sé e dare così il proprio contributo alla crescita della società. Insomma, qualcosa di molto vicino alla felicità. Allora il dubbio è che non sia anacronistico il diritto al lavoro nella costituzione, ma che siano anacronistici il concetto, la normativa e soprattutto la realtà del lavoro che abbiamo oggi in Italia . Perché il lavoro è cambiato e cambia continuamente e le leggi e norme che lo regolano restano quelle del modello fordista. Non c’è più il lavoro che dura una vita, ma più lavori differenti. Non c’è più un mestiere acquisito quasi per sempre, ma una professionalità in continuo divenire.

Art.1 Costituzione italiana

Di tutto questo anacronismo è figlio il perenne scontro sull’art. 18 , che è ormai un’arma impropria in mano a chiunque non voglia cambiare il lavoro in Italia. Certo, non è sicuramente questa la vera causa della nostra crisi economica e occupazionale, e dei mancati investimenti in Italia di imprenditori nazionali e stranieri. Ben prima vengono burocrazia, giustizia, fisco e tanto altro.
È però ancor più importante capire che nell’economia di oggi l’art. 18 è di fatto una tutela spuntata per i lavoratori, che hanno una vita professionale media più elevata di quella delle aziende e devono conservare una professionalità, sempre più mutevole, più che un posto di lavoro, sempre meno stabile. Anche perché oggi reintegrare il lavoratore in un’azienda che non lo vuole, porta spesso a una “emarginazione” foriera di degrado professionale e psicologico.

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È IMPORTANTE CAPIRE

CHE NELL’ECONOMIA DI OGGI
L’ART. 18

È UN’ARMA SPUNTATA PER I DIPENDENTI

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Quindi, salvi i casi di discriminazione, già puniti dalla legge, è meglio che in un rapporto che non funziona, professionale come affettivo, la parte più debole possa uscirne, per il suo bene, con un risarcimento. Un modo per tutelare davvero il lavoratore ed evitargli seri rischi di obsolescenza professionale e disagio personale. Certo, bisogna però che il risarcimento sia equo e ancor più che fuori ci sia un mercato flessibile e che funzioni, con servizi di formazione e ricollocazione veri ed efficaci per permettere una migliore allocazione delle “risorse”. Solo così tuteliamo veramente i lavoratori e la loro professionalità, la competitività delle aziende e del sistema. Chi dice il contrario vuole solo mascherare la sua incapacità di far funzionare il mercato del lavoro e i servizi connessi.
Quindi, andiamo oltre l’art. 18. Il contratto unico a tutele crescenti, con disincentivi per chi lo utilizza in modo improprio, è un buon modello, soprattutto se elimina una pletora di forme contrattuali che fanno solo confusione. Deve però essere il cavallo di troia di una flessibilità sana, indispensabile ad aziende e lavoratori, e non un modo per nascondere quella precarietà così dannosa per imprese, lavoratori e sistema. Ormai è infatti appurato che le imprese che funzionano e competono meglio e fanno profitti e occupazione sono quelle che puntano sulle persone e non su tagli di costi e teste. O lo capiamo e lo applichiamo o non usciremo mai più dal tunnel. Anche se per farlo serve molto di più e una buona riforma del lavoro conta poco se non cambiamo anche il paese nella mentalità e nella realtà.
Tornando al lavoro, serve puntare non tanto su aspetti emotivi e tattici (quali sono gli 80 euro e il tfr in busta paga), ma su una riforma vera e utile all’economia. Riforma che non può venire da una deregulation selvaggia che favorisca chi pensa di competere puntando sul lavoro povero, malpagato e foriero di scarsa competitività piuttosto che su quello ad elevata professionalità e alto valore aggiunto. Un contratto di lavoro nazionale serve per mantenere la barra verso l’alto e favorire flessibilità e personalizzazione con una contrattazione decentrata che stimola e premia la produttività aziendale.
Allora direi che serve non tanto lavorare “meno” per lavorare tutti, ma lavorare “meglio” per lavorare tutti.

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Progetto manager

Guido Carella è presidente di Manageritalia, la federazione nazionale dei dirigenti, quadri e professional di commercio, trasporti, turismo, servizi e terziario avanzato. L’associazione rappresenta in tutto il Paese circa 35.500 professionisti

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