Non basta un lavoro

Lavoro © iStockphoto/shironosov

I l 65% dei giovani romani rinuncia a contratti regolari e diritti dei lavoratori, mostrando un livello alto o medio alto di quella che in gergo tecnico è denominata “remissività lavorativa”. Questo emerge dalla ricerca Avere 20 anni, pensare al futuro condotta da Acli di Roma e provincia e Cisl di Roma Capitale e Rieti in collaborazione con l’Iref, e presentata a inizio ottobre alla Sapienza Università di Roma durante il convegno Lavoro per i giovani: priorità delle famiglie, futuro per il Paese .
I sentimenti che i giovani intervistati associano al futuro sono la confusione (36%), la precarietà (26,6%) e l’angoscia (26,3%), ma per fortuna anche tanta speranza (61,3%). Proprio per questa profonda insicurezza legata al proprio futuro, molti sono disposti a rinunciare anche a diritti fondamentali pur di avere o mantenere un lavoro: il 28,2% direbbe addio ai giorni di malattia, il 26,6% alle ferie e l’11,1% alla maternità. Il 30,3%, poi, non avrebbe difficoltà ad accettare un impiego che non corrisponda al proprio corso di studi. Emerge, quindi, anche il problema scolastico con il 46,3% che dice di essere abbastanza o molto in disaccordo sul fatto che la scuola fornisca strumenti per inserirsi nel mondo del lavoro.

Insomma, questo orientamento e potenziale scenario non deve e può piacerci. Dobbiamo combatterlo tutti e con tutte le nostre forze. Non possiamo permettere che il lavoro venga svilito e portato all’estremo di “basta un lavoro”. Il lavoro che dobbiamo preservare e costruire in Italia deve essere “dignitoso” e ancor più di valore. Non possiamo buttare le conquiste che le società civili e più avanzate hanno raggiunto grazie ai sindacati e a tutti, ma soprattutto quel “lavoro di qualità” che serve per essere competitivi e assicurarci una crescita vera e strutturale a livello economico e sociale.

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TUTTI I RUOLI

DEVONO AVERE DIGNITÀ

E VALORE: SCAMBIARE

LA FLESSIBILITÀ CON

LA PRECARIETÀ

È UNA SCELTA PERDENTE

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Oggi, infatti, per competere con successo serve un lavoro che metta le persone al centro. Non per bontà, ma perché sono le persone con le loro competenze, responsabilità, capacità di collaborare e innovare che fanno il successo o meno di un’azienda, di un settore e di un’intera economia. C’è bisogno di flessibilità, non di precarietà. È indispensabile trovare il giusto mix per coniugare produttività e benessere di aziende e lavoratori. Ogni fuga “indietro” che scambi la flessibilità con la precarietà, la qualità del lavoro con il costo del lavoro è perdente. Questo emerge con forza da ogni analisi sull’andamento dell’economia globale e sulle caratteristiche di quelle aziende e nazioni che primeggiano.

La competitività che dobbiamo cercare è quella che ha come obiettivo di produrre il maggior valore, non ai minori costi. Questo è un risultato perdente per le persone, ma ancor più per tutta l’economia, che così si relega a competere ai piani bassi, dove inesorabilmente l’asticella si abbassa sempre di più svilendo il lavoro delle persone e quanto da loro prodotto. E, con una visione non egoistica, ma lungimirante, dobbiamo adoperarci tutti perché anche a questi piani bassi prevalga quel minimo comun denominatore. Insomma, stiamo passando dai giovani “choosy ” ai giovani “esclusi” e questo va a scapito di tutti e del nostro futuro. Anche perché un conto è fare qualche lavoretto per arrotondare la paghetta, tutt’un altro è trovare e fare un lavoro per costruirsi il futuro. E questo purtroppo non riguarda solo i giovani, ma anche tutti gli altri. Se accettiamo che il lavoro, quello vero, si svilisca così, ne subiremo tutti le conseguenze. Ecco perché dobbiamo lavorare perché non basti un lavoro, ma perché il lavoro, tutti i lavori abbiano quel minimo comun denominatore di dignità e valore. Senza se e senza ma.

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Progetto manager

Guido Carella è presidente di Manageritalia, la federazione nazionale dei dirigenti, quadri e professional di commercio, trasporti, turismo, servizi e terziario avanzato. L’associazione rappresenta in tutto il Paese circa 35.500 professionisti

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