Nuove rappresentanze per l'Italia

Ci risiamo. Ritorna la cattiva politica. Rullano i tamburi: «tra 12 mesi se vinciamo noi faremo la nostra riforma del lavoro, se vincono gli altri faranno la loro». Ci sono tutte le premesse per continuare ad alimentare il modello perverso del sistema bipolare italiano per il quale chi governa azzera il pregresso e legifera ex novo, quando sarebbe necessario dare continuità o aggiungere valore alla normativa esistente, salvo eliminare eventuali iniquità sociali. Come se non bastasse, i partiti sono ritornati miopi e litigiosi in prossimità delle prossime elezioni amministrative. Il rischio è che la politica, per meschini tornaconti o intrighi di palazzo, butti alle ortiche l’opportunità storica di concentrarsi fino alle prossime elezioni su un pacchetto di riforme, costituzionali e non, per ridurre e ottimizzare i costi della macchina dello Stato. I tempi sono strettissimi e richiedono una grande condivisione degli obiettivi. La riforma del mercato del lavoro, quella fiscale e le altre già deliberate, sono dei prerequisiti fondamentali per sostenere la ripresa e per mettere in condizione il sistema produttivo di intercettare i momenti di opportunità per tornare a crescere. La ripresa è una corsa a ostacoli che non si può affrontare correndo nel sacco mentre gli altri concorrenti saltano liberamente gli ostacoli.

Progetto manager - maggio 2012

Il governo tecnico deve eliminare questi vincoli e porre le condizioni per aumentare la produttività delle aziende, senza la quale non si può ipotizzare un incremento dei livelli occupazionali. Danzare tutti quanti intorno al vecchio totem dell’art. 18, sfidandosi con inni di guerra, vuol dire caricare un tema di significati ideologici che nulla hanno a che fare con i problemi reali. Sarebbe stato disastroso infatti creare intorno all’art. 18 una sorta di duello muscolare, senza cercare una forma di compromesso, che tenesse conto del malessere di alcune fasce sociali, già duramente provate (nel momento in cui scriviamo sembra si sia arrivati a un punto di equilibrio che ci auguriamo sarà condiviso da tutti).
Piuttosto credo sia necessario combattere una battaglia per ripensare a nuovi modelli della rappresentanza , da quella politica a quella sindacale, a quella istituzionale, a quella dei movimenti di opinione, a quella degli ordini professionali, senza dover subire l’umiliazione della sconfitta che rende ancora più improbo il lavoro di riposizionamento e il recupero di credibilità.
È un percorso ineludibile poiché si sono modificati tutti i paradigmi sui quali si fondano gli attuali modelli della rappresentanza, ma soprattutto è cambiato il contesto che ha generato questi modelli dopo il ‘68, a partire dai primi anni ‘70. I modelli della rappresentanza sono infatti quelli di un’Italia incrostata di corporativismo, rigidità, guarentigie: una zavorra che non possiamo più permetterci. È necessario un cambio di passo, cui tutti dobbiamo concorrere anche a costo di rinunciare a qualche privilegio o rendita di posizione, se non vogliamo ritrovarci a essere un Paese vecchio e marginale. Noi dirigenti, per quanto ci riguarda, abbiamo già cominciato a fare la nostra parte. Manageritalia sta infatti procedendo verso l’aggregazione in un nuovo soggetto di tutta la dirigenza italiana, pubblica e privata, e delle alte professionalità. Un soggetto che nasce con l’ambizione di contare, di portare idee nuove e fresche perché – come dicevo – in un’epoca di totale trasformazione, servono un’identità, una cultura manageriale in grado di sostenere e favorire il cambiamento e quella forza innovativa senza la quale saremmo destinati a soccombere.

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Progetto manager

Guido Carella è presidente di Manageritalia, la federazione nazionale dei dirigenti, quadri e professional di commercio, trasporti, turismo, servizi e terziario avanzato. L’associazione rappresenta in tutto il Paese circa 35.500 professionisti

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