Organizziamo la produttività

Riunione ©iStockPhoto

Finalmente la produttività è diventata un affare di Stato. Il Governo ha infatti inserito nella legge di Stabilità 2016 forti incentivi per spingere le imprese a lavorare per aumentare la produttività. Si tratta di tassazione agevolata al 10% dei premi di produttività sino a 2 mila euro, estendibili sino a 2.500 euro se vengono coinvolti i lavoratori e le somme vengono erogate come welfare sotto forma di servizi. Ancora più importante è che, per poter fruire delle agevolazioni, le aziende debbano individuare reali percorsi di miglioramento della produttività e misurarli. E il tutto va poi inserito in appositi contratti aziendali o territoriali.

Insomma, è acclarato, semmai ce ne fosse bisogno, che per aumentare la produttività occorre avere una reale gestione manageriale capace di agire sull’organizzazione aziendale, migliorarla e cambiarla.

Parole e concetti ripresi proprio recentemente anche dal presidente di Confindustria, secondo cui per aumentare la produttività non basta aumentare investimenti, credito e dimensione delle aziende, perché c’è una parte di produttività che riguarda l’organizzazione aziendale e le relazioni industriali.

Un compito che a livello di gestione aziendale impone sicuramente più managerialità di quella oggi presente in tante aziende italiane. Anche le analisi più accreditate (vedi Rapporto Competitività dei settori produttivi Istat 2014) sugli effetti della crisi sul sistema delle imprese italiane parlano chiaro. Le imprese uscite vincenti, circa un quarto del totale, sono quelle che hanno puntato su organizzazione del lavoro, innovazione, coinvolgimento dei dipendenti, qualità e produttività.

 

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PER RIPARTIRE OCCORRE

LA CAPACITÀ DI MIGLIORARE

E, SE NECESSARIO,

CAMBIARE

L’ORGANIZZAZIONE AZIENDALE

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Le altre, anche quelle che comunque non sono perdenti, hanno invece puntato poco o nulla su tutti questi fattori vincenti, restando quasi del tutto ancorate a una strategia di mero risparmio di costi.

A questo proposito è emblematico il raffronto che si può fare a livello della tanto decantata flessibilità, da intendersi come la capacità delle organizzazioni aziendali di far fronte a un mercato che è sempre più competitivo e impone di rispondere al meglio a cambiamenti repentini e veloci. Le aziende perdenti, o che comunque resistono, lo affrontano con pochi o nulli cambiamenti a livello strategico, manageriale, organizzativo e di coinvolgimento dei lavoratori. Sopperiscono alle discontinuità della domanda, per esempio, con straordinari e cassaintegrazione.

Mentre le aziende vincenti utilizzano anche leve più soft che richiedono più investimenti, più managerialità, più condivisione e responsabilizzazione dei lavoratori. Le aziende vincenti sono quelle più innovative che, forti di una vera trazione manageriale, puntano a un ridisegno dell’organizzazione del lavoro che metta in campo meno gerarchia e vero coinvolgimento dei lavoratori; più produttività, qualità e flessibilità, più qualità del lavoro e sviluppo dell’impresa, più risorse da distribuire, più utilizzo di un welfare a 360 gradi capace di retribuire al meglio il lavoratori (soldi, servizi, flessibilità).

Un circolo virtuoso di chiara matrice manageriale che mette le persone al centro e punta sulla loro motivazione per fare la differenza e dare sempre più senso al lavoro di tutti. Uno scenario che noi stiamo promuovendo da tempo con la nostra iniziativa Cambia il lavoro con Produttività & Benessere, che deve vedere i manager protagonisti di un reale coinvolgimento di tutti, in azienda e fuori, per cambiare davvero il lavoro e farlo diventare più produttivo, anche di benessere, per tutti.

Una sfida anche culturale che coinvolge imprese e sindacati e presenza e stile manageriale nelle aziende.

C’è bisogno di passare da un management che comanda a uno che esercita leadership, coinvolge e sviluppa i collaboratori; da lavoratori meri esecutori passivi a collaboratori propositivi e responsabili; da un’azienda a gerarchia piramidale a una snella e piatta; da un sindacato che tutela per contrapposizione a uno che lo fa per lo sviluppo delle forze produttive. Insomma, un salto culturale e reale che dovrà essere l’obiettivo di tutti alla ripresa, dopo la pausa estiva. Perché sia una ripresa vera e produttiva.

Progetto manager

Guido Carella è presidente di Manageritalia, la federazione nazionale dei dirigenti, quadri e professional di commercio, trasporti, turismo, servizi e terziario avanzato. L’associazione rappresenta in tutto il Paese circa 35.500 professionisti

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