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Mercoledì, 06 Febbraio 2013

In vista delle elezioni, ma soprattutto per una definitiva ripresa e rilancio del nostro Paese e della crescita economica e sociale, si parla ancora poco di programmi e soprattutto di cose concrete da fare. I manager hanno predisposto da tempo e affinato recentemente un programma per il Paese, e tra i punti salienti c’è la necessità di un forte investimento nella filiera dell’italianità: turismocultura- ambiente-benessere-agroindustria-green economy. Decisiva anche per colmare il divario Nord-Sud.

Pompei © GettyImages

Pompei

Certo, l’idea non è nuova, da troppo tempo in Italia se ne parla come di una soluzione di tutti i mali. Ma poi poco o nulla si è fatto. Anzi, in tanti di questi aspetti siamo in forte peggioramento, basti pensare all’abbandono e al degrado del nostro patrimonio, che trova esemplificazione in Pompei (i cui lavori di restauro sono appena iniziati , ndr ). Ma quel patrimonio può e deve essere il fattore determinante per un rilancio del turismo e con esso del made in Italy, inteso come possibilità di esportare tutti quei prodotti e servizi a esso strettamente collegati e agli altri che possono trarne vantaggio anche in ambito manifatturiero e dei servizi. Ma le cause di questa incapacità di sfruttare un patrimonio e vantaggio competitivo inimitabile sono insite in alcuni dei gap del Paese: incapacità di sfruttare le risorse potenziali, i finanziamenti europei, ma anche quelli pubblici e privati che ci sono e che dovrebbero essere resi più efficienti e efficaci; mancata collaborazione e sinergia tra pubblico e privato nella progettazione e programmazione, nell’investimento e nella gestione dei patrimoni e business sottesi; insufficiente presenza e attenzione a quei fattori decisivi nella moderna società della conoscenza, come la cultura manageriale, la cultura d’impresa, i processi gestionali, le policy, i modelli organizzativi, i sistemi informativi, e infine le strategie e modelli di leadership.
Investire, ovvero puntare in modo globale su questa filiera, è il modo migliore per rafforzare il potenziale del nostro turismo, della nostra economia e del nostro Paese. È però necessario che in tutti questi settori e ambiti si crei, pur in una logica di libero mercato, un maggiore e migliore governo delle logiche di crescita e sviluppo degli stessi, mettendo a fattor comune la mano pubblica e quella privata. Che in ogni dove, ma soprattutto nel turismo, i tanti centri decisionali operino in modo coordinato e sinergico, che si trovino modalità capaci di creare la necessaria massa critica per affrontare con successo la competizione sui mercati globali. Che presenza, competenza e gestione manageriale diventino il fattore scatenante di un nuovo corso che valorizzi e metta a sistema gli indubbi pregi imprenditoriali e naturali che abbiamo.
Per esempio, pensiamo che il nostro sistema agroalimentare (secondo il Monitor dei distretti di Intesa Sanpaolo) ha fatto segnare un aumento dell’export del 7,5% nel trimestre luglio-settembre 2012, rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente. Il cibo italiano sembra poter ripercorrere i successi della moda. Ne avrebbe ben d’onde e sarebbe un ulteriore tassello per vendere l’Italia e i suoi valori e prodotti creando con il turismo un sinergico processo di cross selling. La permanenza di turisti stranieri nel nostro Paese favorirebbe il consumo e la promozione del nostro cibo e del nostro territorio nei mercati di provenienze.
Per fare questo ci vuole un Paese privo di corruzione e malgoverno, che remi in un’unica direzione, che faccia squadra sempre e comunque, dalla politica alla piccola impresa. Ma tutto questo non basta e non funziona se non ci diamo un’organizzazione e una gestione manageriale in linea con l’economia e la società della conoscenza.

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